Nella disamina della propria personalità, la capacità di scoprire l’aspetto fondante del proprio sistema di vita – incentrato sulla modalità dell’ Avere o su quella dell’Essere – è diventato uno dei quesiti fondamentali per comprendere realmente se stessi. Il testo Avere o Essere? di Erich Fromm edito da Mondadori, ha assunto col tempo un ruolo chiave per la società, divenendo punto di riferimento imprescindibile per avviare quell’attenta riflessione sulla propria esistenza che prima o poi si deve compiere. Un saggio importantissimo dunque, ottima base di partenza per letture più approfondite e inestimabile invito a prendere in mano, con decisione, la propria vita.

Secondo Erich Fromm ci sono due categorie attraverso le quali vengono distinti gli individui: coloro che vivono secondo la modalità dell’avere e coloro che seguono invece un sistema di vita incentrato sull’essere.

Il sociologo e psicoanalista tedesco individua subito una differenza sostanziale tra queste due modalità di esistenza. La modalità esistenziale dell’avere è tipica di coloro che hanno un rapporto col mondo di possesso e proprietà e aspirano ad impadronirsi di ogni cosa e di ogni persona, compreso se stessi. Nella modalità esistenziale dell’essere invece abbiamo una prima forma che si contrappone all’avere identificandosi con la vitalità e l’autentico rapporto col mondo. L’altra differenza si riferisce alla vera natura dell’uomo e all’effettiva realtà di una persona.

La distinzione di Fromm sulle due differenti modalità esistenziali di Avere o Essere? si fa più netta quando il sociologo individua nel consumismo la principale forma dell’avere, introducendo una formula inquietante:

“io sono = ciò che ho e ciò che consumo”.

Nell’esperienza quotidiana la modalità dell’avere è considerata dall’uomo come la più naturale, anzi talvolta rappresenta l’unico stile di vita accettabile. Ma c’è un’altra distinzione che sancisce meglio la differenza essenziale tra queste due modalità come riporta lo stesso Fromm:

“L’avere si riferisce alle cose e le cose sono fisse e descrivibili. L’essere si riferisce all’esperienza e l’esperienza umana è in via di principio indescrivibile”.

Stupenda è inoltre l’intuizione temporale che colloca l’essere nel qui e ora (hic et nunc) e la modalità dell’avere nel tempo presente, passato e futuro perché secondo questa seconda modalità noi siamo legati a ciò che abbiamo accumulato in passato e guardiamo al futuro come all’anticipazione di quel che diverrà il passato.

Nella capacità di apprendimento, in quella di ricordare, nella conversazione, nella lettura, nella fede e nell’amore, insomma in tutti gli aspetti della quotidianità, ci troviamo a dover scegliere quale sistema esistenziale utilizzare e la scelta spesso viene fatta in maniera inconsapevole. Fromm, scavando a fondo nel profondo dell’essenza umana prende in esame sia il pensiero buddhista che i testi ebraici, spaziando da Marx a Freud e passando per Spinoza e Meister Eckhart.

La dicotomia essere/avere viene esposta con disarmante lucidità. Il testo procede con un linguaggio greve, armonico, senza ruvidità: gli esempi (stupendo quello delle differenti composizioni poetiche di Matsuo Bashō e Tennyson), rendono la lettura piacevole agevolando non poco la comprensione.

Su questi toni eccelsi si snoda un discorso che tocca le vette più alte quando Fromm inquadra il peccato (nel convenzionale senso teologico del termine) nella modalità dell’avere, quando ritorna sulla collocazione nel presente dell’essere, sostenendo che il tempo non esiste nella modalità dell’essere e domina di contro nella modalità dell’avere e quando introduce nell’ultima parte di Avere o Essere? la nuova società e il nuovo uomo.

Qui è necessario spendere qualche parola perché le poche critiche ascrivibili a questo testo sono tutte incentrante nel carattere utopistico della visione di Fromm.

L’uomo nuovo secondo Fromm deve possedere delle precise caratteristiche, tutte imperniate nella modalità esistenziale dell’essere. Anche solo una rapida disamina di queste peculiarità genera nel lettore un’insolita pace, perché si avverte immediatamente che se gli esseri umani riuscissero a vivere anche solo un poco secondo questi dettami e quest’etica ne gioverebbe l’intera società e sparirebbero come d’incanto tutta una serie di mali e di accidenti radicati da secoli nel mondo. L’uomo nuovo di Fromm, collocato nella società nuova è forse una visione un po’ utopica, alla luce dell’attuale deriva dell’umanità ma vale davvero la pena soffermarsi su questi aspetti determinanti per l’individuo.

La condizione di apatia, disinteresse, assenza di stimoli e vitalità, nel solco di una piena esistenza incentrata sull’avere sono lo specchio dell’attuale società che restituisce un uomo contemporaneo ridotto a semplice ingranaggio di un sistema marcio e corrotto, manipolato nel pensiero e nell’azione dai mass media, al quale non è consentito pensare con la propria testa ma che deve usufruire di un pensiero univoco e omologato, preconfezionato e standardizzato, a lui riservato; un uomo a cui è concesso solo consumare, sopravvivere in un ambiente malato, per poter continuare ad alimentare la legge del consumo, unico fine. Se negli anni settanta (il testo di Fromm è apparso per la prima volta nel 1976), questi concetti erano già ampiamente riscontrabili, oggi sono estremizzati e osservabili oltre ogni peggiore aspettativa, in quanto la modalità dell’avere è letteralmente diventata la sola norma esistenziale utilizzabile.

Ma in Avere o Essere? come detto c’è una speranza e questa non può essere intesa in senso utopistico ma va tenuta ben a mente, in quanto rappresenta l’unica potenziale ancora di salvezza per l’uomo: il cambiamento di veduta, il passaggio alla modalità dell’essere è l’unico viatico per una nuova vita.

Essa comporta l’eliminazione di dogmi e credenze e l’abbattimento di schemi e barriere.

Un nuovo stile di vita incentrato sulla piena conoscenza di sé, che si faccia portatore di quella vera, unica, straordinaria idea di società, basata davvero su un autentico nuovo umanesimo.