La recente riscoperta in Italia dello scrittore uruguaiano Felisberto Hernández (1902 – 1964), si deve a una casa editrice romana, La Nuova Frontiera, che nel 2012 ha pubblicato la raccolta di racconti dal titolo Nessuno accendeva le lampade. Sono passati quarantatré anni da quando questa raccolta venne pubblicata per la prima volta in Italia. La casa editrice era l’Einaudi e correva l’anno 1974.

Quarantatré anni di oblio. Oggi, grazie a questa operazione editoriale, riscopriamo una diversa versione di Nessuno accendeva le lampade, rafforzata anche da qualche nuovo racconto.

Felisberto Hernández non è uno scrittore molto conosciuto in Italia e non ha certo la fama di un Borges, un Cortázar o di un Márquez. Ma soprattutto quest’ultimo ebbe per lui parole d’encomio senza precedenti che sottolineano le grandi qualità dello scrittore: “se non avessi letto i racconti di Hernández non sarei diventato lo scrittore che sono oggi”.

Anche Felisberto Hernández, a modo suo, è stato un’importante scrittore, uno dei principali esponenti sudamericani del XX secolo, se non altro perché aveva quello che possiamo definire “il contrassegno del genio”: era singolare, originalissimo, sregolato, solitario, ribelle, eccentrico. Era inconfondibile nel suo stile.

È proprio lo stile narrativo di Hernández a colpire il lettore. Unico nel suo genere. Sono memorabili i passaggi in cui attribuisce il ruolo di protagonista ad alcune parti del corpo, concedendo a mani, bocche, teste, capelli, stomaci esistenze proprie, creando una narrazione incredibile.

Eccellente pianista, pessimo marito (collezionò tre matrimoni e altrettanti fallimenti) e una vita giocata su di un’alternanza continua di alti e bassi, piuttosto avara di soddisfazioni, che convoglierà infine, appena solcata la soglia dei sessant’anni, in una morte di cui ancora oggi si tramanda un grottesco aneddoto. Non sapremo mai se trattasi di leggenda o schiacciante realtà, quella che nel letto di morte, lo vuole ingrassato a tal punto, per via della malattia (leucemia), tanto da non riuscire più a svoltare nella rampa delle scale e dover quindi essere calato da una finestra con delle funi per poter procedere alle esequie funebri.

Al di là di questa pazzesca vicenda, veritiera o no, Felisberto Hernández rimane una figura avvezza alla solitudine, quella buona però, straordinariamente funzionale sia allo scrittore che al musicista. Tra una bettola e l’altra, intento ad allettare gli avventori con pezzi al pianoforte di grandiosa fattezza, una fuga a Parigi, e lunghe “assenze” dettate dal sentimento di voler anche stilare racconti, lo scrittore uruguaiano riuscirà a trovare la giusta quadra sulla sua intensa esistenza.

Oltre a Ortensie e Terre della memoria, la sua fama, soprattutto in Italia, la si deve a Nessuno accendeva le lampade, una raccolta di raccolti (dieci per l’esattezza), alcuni dei quali davvero incredibili. Un testo leggero, nella cui copertina è raffigurata l’América Invertida, interessante disegno a penna e inchiostro di Joaquín Torres García. Difficile trovare una copertina più azzeccata di questa, perché i racconti di Hernández proposti nella raccolta Nessuno accendeva le lampade, sono anche un magistrale lavoro di inversione soggettiva oltre che di voluta omissione del finale. Quest’ultima è la caratteristica principale dello scrittore di Montevideo. I racconti non hanno un finale e terminano sul più bello, lasciando il lettore incredulo. Questo espediente del finale sospeso in aria è una grande trovata perché lascia al lettore il compito di concludere la storia; per questo avremmo tanti finali diversi, quanti sono i lettori che si cimentano nella lettura del racconto.

I protagonisti di questi racconti sono personaggi che spesso rappresentano le proiezioni stesse dell’autore, in un mondo di confine che fa da cornice. Un territorio cupo e inverosimile quello in cui si muovono, dove vivono vicende surreali al limite dell’assurdo. Quest’amalgama di irrealtà in un coacervo di situazioni estranianti, è tracciata con una potenza narrativa spaventosa che fanno di Hernández un vero maestro del racconto.

“Ho vissuto vicino ad altre persone e ho conservato nella memoria ricordi che non mi appartengono”.

Questa frase che troviamo nel racconto Tranne Julia, sembra pronunciata dallo stesso Hernández in una confidenza intima, proiezione proprio di quell’io ribelle e fuggitivo.

Il balcone e La maschera sono i racconti più belli a mio avviso, i più intensi e irreali, quelli più intimamente nostalgici e appassionati.

Calvino disse che Felisberto Hernández non somiglia a nessuno. “A nessuno degli europei e a nessuno dei latinoamericani, è un irregolare che sfugge a ogni classificazione e inquadramento ma si presenta ad apertura di pagina come inconfondibile”.

In Nessuno accendeva le lampade Hernández rispetta perfettamente questa descrizione e va anche oltre in qualche modo. Non solo non somiglia a nessuno e non si concede ad alcuna classificazione, ma vuole sorprendere il lettore, desidera colpirlo con immagini pirotecniche, voli sconcertanti, situazioni paradossali.

Invenzione e ricordo si fondono. Umorismo e inquietudine si sovrastano a vicenda. Lirismo e decadenza convivono.

E se il lettore si adatta e si cala in questa realtà indipendente e inverosimile, che nasce, vive e si rigenera da sola, è certo che l’esperienza che si appresterà a fare non potrà che essere imperdibile. Tanti spunti insoliti e inusuali perché niente è come sembra ma alla fine tutto apparirà realmente per quello che è, come disse lo stesso Hernández: “ogni cosa si spoglia delle illusioni, come certi fondali di teatro la mattina dopo”.