La figura di Friedrich Hölderlin (1770-1843) è una di quelle che battono senza pietà il confine labilissimo che c’è tra genio e follia e che, per indole e natura, sfuggono perennemente ad ogni etichetta; personalità di questo calibro infatti, non si lasciano catalogare o ascrivere a nessuna corrente letteraria. Hölderlin resterà sospeso tra classicismo e romanticismo, senza aderire in maniera completa a nessuna delle due correnti letterarie e filosofiche, ma più propriamente la sua è una forma più acuta di sospensione: resterà perennemente in bilico tra vita e morte, calma e turbamento, quiete e tempesta, gioia e ossessione, come si addice ai veri poeti.

È stato definito il “poeta dei poeti”. La sua vita è stata una lotta incessante contro se stessa, i suoi scritti sono stati di volta in volta adattati alla filosofia, i suoi versi citati ovunque. L’opera di Friedrich Hölderlin ha attraversato quasi due secoli e continua ancora a stupire.

Non si può certo dire che ebbe conoscenze e frequentazioni di basso profilo. I suoi compagni di studio a Tubinga sono Hegel e Schelling, dai quali si separerà per le contrapposte scelte: filosofiche dei primi,  spiccatamente poetica quella di Hölderlin. Frequenta Schiller, conosce Goethe, Fichte ed Herder e ancora Von Humboldt e Novalis. Spirito tragicamente ripiegato in un’interiorità contraria a ogni logica concettuale, avverte ben presto l’influsso dello stesso Schiller, ma anche di Kant e di Rousseau. Sente fin da giovanissimo il grande richiamo del sentimento rivoluzionario francese, quell’invito alla partecipazione che avvertito con veemenza, si trasforma in lui, sopita e resa innocua l’azione, in un motivo di disaccordo interiore. Ecco che la poesia diviene l’unico rifugio, una roccia a cui aggrapparsi in un oceano sconfinato e finalmente può concretizzarsi quella reazione contemplativa al mondo circostante, data da quell’accorato e suadente appello alla natura che contraddistingue la sua lirica.

 

Il genio e la follia, in una sola anima. 

“Cedi una sola volta al genio, ed esso non rispetterà più nessun ostacolo mortale e spezzerà tutti i legami della sua vita”

Mente illuminata, sensibilissima, si interessa già da adolescente alla poesia greca e latina e molto presto inizia a comporre egli stesso. Si ribella alla volontà della madre che aveva pensato per lui ad un futuro come pastore protestante e si concede interamente alla poesia.

Di Hölderlin, più che la sua opera, è nota la sua declamata instabilità mentale, che appare non prestissimo a dire il vero, quando la sua giovinezza viene già aggredita dal tempo, mentre si trova in Francia, a Bordeaux. C’è un anno cruciale nella vita del poeta: il 1807; l’anno fatale. Sarà quello infatti il punto di non ritorno per Hölderlin: si manifestano in lui, all’età di trentasette anni i primi acuti segni della pazzia che lo porterà a passare i restanti trentasei anni della sua vita rinchiuso in una torre a Tubinga, dove incontrerà la morte nel 1843. Ecco il destino di uno dei più grandi poeti dell’Ottocento: una vita divisa esattamente a metà, tra libertà e prigione, tra vita e carcere, tra genio e follia.

“Mi sento senza un principio, per questo credo di essere senza una fine”

Hölderlin viene colpito da una grave forma di schizofrenia, la cui causa si crede fosse da ascrivere alla scomparsa di Susette Gontard, la Diotima di Iperione, per la quale il poeta nutriva una passione fatale. Rinchiuso nella “torre di Tubinga” a causa della sua instabilità mentale, il poeta viene progressivamente abbandonato dagli amici, che riducono drasticamente le visite, scossi nel constatare un crollo umano e spirituale di così gran portata. Iperione, testo chiave della produzione di Hölderlin, è un romanzo epistolare dove il protagonista Iperione racconta all’amico Bellarmino la propria esperienza in Grecia e in Germania, inviandogli anche lettere private indirizzate all’amata Diotima. Carettistica dell’opera è che non si concentra sull’immediatezza dell’esperienza vissuta, ma si articola come una profonda analisi del protagonista sulle proprie esperienze passate: è una sorta di riflessione della coscienza su se stessa.

Dove dunque sembra celarsi il dramma si dispiega la meraviglia della vita, perché Hölderlin non cessa di scrivere, anzi, è proprio nella fortezza di Tubinga che raggiungerà l’apice della sua produzione poetica. La domanda nasce spontanea: come ha potuto la schizofrenia generare un così alto livello poetico e che relazione c’è tra la malattia mentale e la poesia di Hölderlin? A detta dei critici, tra le prime e le ultime liriche abbiamo una differenza notevole: le liriche del periodo “schizofrenico” sono profondamente diverse dalle precedenti, riguardo a tematiche, stile e linguaggio ma anche l’estensione (più brevi le seconde) e la semplicità, sono altri elementi da prendere in considerazione. Quanto a intensità si equivalgono con un respiro musicale e un rimando carico di suggestioni più marcato però nelle ultime.

Una cosa è certa. È impossibile scindere il disagio psichico dall’arte poetica. Benché nella seconda fase si verifichi l’abbandono dell’io e la presa di distanza dalla prima anima, rimane sempre palpabile la tensione poetica che vivifica costantemente il verso, il che ci porta a restare piuttosto saldi nella convinzione che anche in preda a forti turbe psichiche, la grandezza del poeta resta intatta fino all’ultimo.

“Nulla cresce e nulla può così profondamente dissolversi come l’uomo”

 

La lirica di Hölderlin: una delle più elevate del panorama romantico

Il valore e la grandezza lirica di Hölderlin sarà riconosciuta molto tardi. È considerato unanimemente non solo uno tra i più grandi lirici tedeschi, ma anche uno dei massimi poeti moderni occidentali.

Sono due i temi filosofici principali di Hölderlin. Il primo tema, quello fondamentale della sua opera, è la celebrazione panteistica della natura. Per Hölderlin la natura è un Uno-tutto in cui l’individuo deve perdersi per potersi poi ritrovare come espressione della totalità. Una totalità che per il filosofo tedesco non può essere colta dalla ragione ma che trova come elemento espressivo soltanto la poesia, concepita, secondo i canoni romantici, come la più alta forma conoscitiva per l’uomo. Funzione noetica dunque per la poesia ma anche funzione educativa.

Essa svolge anche il ruolo di guida per l’umanità. La dimensione aulica sulla quale Hölderlin colloca la poesia, determina anche una funzione di redenzione a cui è chiamato il poeta. Egli redime l’uomo, lo libera, lo investe di un’aurea salvifica. L’Uno-tutto di Hölderlin è racchiuso nella dedica introduttiva di Iperione: “Non coerceri maximo, conteneri minimo, divinum est“. ovvero “non essere limititato da ciò che è più grande, essere contenuto da ciò che è minimo, questo è divino”. Si tratta dunque di tendere ad ampliare i confini del proprio io sino all’universo e, nello stesso tempo, essere contenuto in ciò che è minimo. Questo costituisce l’armonia tra l’uno e il tutto, fra il finito e l’infinito.

La seconda tematica fondamentale nella lirica del poeta è la celebrazione del dolore. Questo è collocato in una dimensione cosmica e metafisica. Il poeta stesso ne ha piena coscienza:

“Non deve tutto soffrire? Tanto più è eccellente, tanto più deve soffrire. Non soffre la sacra natura? La volontà che non soffre è sonno, e senza morte non vi è vita”

Ci troviamo chiaramente in una concezione tragica della realtà, dove si consuma l’estrema opposizione dell’anima romantica alla cultura razionalistica ed eudemonistica dell’illuminismo settecentesco.

Friedrich Holderin, che amava autografarsi Scardanelli, scriverà poesie fino alla fine dei suoi giorni. Muore il 7 giugno 1843. Vorrei riportare di seguito il testo de “La veduta”, quella che viene considerata una delle ultime poesie di Hölderlin, firmata il 24 maggio del 1748 ma scritta alla fine del maggio 1843. Lascio al lettore il compito di stabilire quale grado di follia si annidi nella mente di questo straordinario genio poetico, che ha vissuto metà della sua vita osservando un piccolo frammento di mondo, dal riquadro angusto di una finestra sbarrata.

 

La veduta

Quando s’allontana la vita abituale all’uomo e va

dove in lontananza risplende il tempo di vendemmia,

appresso vanno anche i campi vuoti dell’estate,

la selva appare con la sua scura immagine.

 

Che la natura completi l’immagine dei tempi,

che questa rimanga mentre quelli scivolino via

è per completezza, la maestà del cielo allora rifulge

all’uomo come fiori che incoronano alberi.

 

 

Per chi desidera avvicinarsi a Hölderlin suggerisco di partire dai seguenti testi: Iperione, edito da Feltrinelli e La morte di Empedocle, edito da Garzanti. Per chi volesse approfondire maggiormente consiglio invece la grande raccolta di tutta l’opera del poeta, edita da Mondadori: Friedrich Hölderlin -Tutte le liriche, con testo tedesco a fronte.