Due sono i metodi che si possono utilizzare per conoscere la Sardegna attraverso la letteratura: una conoscenza che deriva dalla descrizione fatta da romanzieri non sardi, attraverso le loro opere (grandi scrittori e altrettanto grandi viaggiatori tra cui Lawrence, Vittorini, Wagner, Levi, Edwardes, Valery, Tyndale, per citarne alcuni) e la Sardegna vissuta e sofferta, ugualmente reale e suggestiva, narrata dai grandi scrittori sardi. Giuseppe Dessì (1909 – 1977) soprattutto col suo immenso Paese d’ombre (editto da due diverse case editrici sarde: Ilisso e Il Maestrale), è stato uno dei pochi scrittori sardi capaci di rendere al meglio la vera essenza di questa terra e rappresenta uno dei pilastri portanti della letteratura isolana, un punto di riferimento imprescindibile, un’icona, un maestro. Quella che trapela dalle sue pagine è una Sardegna autentica, dimessa, magnifica, una terra dove tra i tanti silenzi si erge una chiassosa ritualità quotidiana. Una terra di forti passioni, fortissimi contrasti, arcaica, trasbordante d’amore e cocente di tormento.

Giuseppe Dessì è uno scrittore di formazione. Paese d’ombre è un romanzo di formazione. Tanto lo scrittore quanto il romanzo rappresentano bene quello che per i sardi è un sentimento, intimamente celato, di eterno amore e odio per la propria terra e Dessì riesce a far prendere coscienza a tutti della storica posizione d’isolamento e di distacco che questa terra ha: una fatalità forse, un limite e un destino, “altro” si direbbe, distante e diverso da quello dell’Italia. Lo sa Dessì e lo ribadisce, non solo nei suoi romanzi, ma in una delle sue tante considerazioni, “perché il sardo” scrive in un suo articolo, “ha un modo diverso di essere o di diventare italiano”.

Questa relazione di estraneità e divergenza culturale si ripropone nella lingua, dove si consuma una scissione altrettanto traumatica, un taglio netto tra la lingua sarda e l’italiano appunto, dove quest’ultima diventa necessariamente una lingua adottiva. Dessì scrive in un italiano colto, che nasce e cresce sulla frattura tra le due lingue, da dove tanto sangue è sgorgato, prima che si sia potuta materializzare una cicatrice.

 

Paese d’ombre, Romanzo storico, politico, poetico. Romanzo di vita.

Riportare sterilmente la trama non mi sembra l’azione più consona per tratteggiare questo romanzo perché credo che Paese d’ombre non abbia bisogno dell’ennesimo proverbiale riassunto.

Innanzitutto Paese d’ombre è uno di quei capolavori che si conservano in fondo alla memoria in eterno. Premio Strega nel 1972, caposaldo dell’intera letteratura sarda, in Paese d’ombre troviamo, con tinte più o meno marcate, la grande tematica della solitudine e il carattere più genuino, schietto e sincero di questa terra.

Romanzo storico, politico, poetico. Romanzo di vita.

Aspra, dura, fatale la terra di Parte d’Ispi, con i suoi temporali improvvisi e le sue lunghe siccità, con le sue ancestrali superstizioni ed i suoi eterni lutti, con i suoi paesaggi sconfinati, gli odi celebrati come virtù, le proverbiali infinite vendette, il segreto mondo casalingo della donna, il solitario universo agro-pastorale dell’uomo, gli amori grandissimi e le grandissime attese, l’inesprimibile mistero della morte.

Leggere Paese d’ombre, è come scaraventarsi in un mondo dove tutti questi elementi si alternano con un rigore grandioso. Si ha la viva percezione di conoscerlo, di coglierlo questo piccolo universo che non esiste più, per poi vederselo fatalmente sfuggire, con l’inconscio desiderio di non farlo comunque svanire.

In Paese d’ombre c’è tutto di una vita: l’amore, la morte, la gioia, il dolore, il coraggio, la paura. C’è una forza misteriosa che permea ogni cosa e un saper e voler resistere, sempre. Dessì tesse una trama raffinata, alla quale infonde una tensione costante, impreziosita da un lessico aulico e da un’incredibile perfezione stilistica. Tutto questo concorre in buona sostanza a far si che tra tutti i suoi scritti, questo romanzo sia il suo lascito più prezioso. Un paese immortale che vive perennemente nel ricordo.

Sta lì questo libro, tra un tramonto e un’alba, che ancora oggi ci è dato rivedere, ripercorrendone le pagine, in cui si incontrano e si scontrano personaggi oggi ancora vivi, all’interno di passaggi lirici memorabili. Di quella Norbio che lievemente riecheggia nell’attuale Villacidro (a poca distanza da Cagliari), sembrano non voler cedere al tempo proprio gli angoli più intimi, dove la vicenda del protagonista Angelo Uras (nonno di Giuseppe Dessì), si è alternata.

Appaiono ancora tangibili le vicende, le azioni, le gesta di tutti gli abitanti di questo piccolo paese, comparsi come meteore in questo stupendo romanzo a cavallo tra Ottocento e Novecento. Certo, raccontare la storia di una famiglia sullo sfondo della più vasta storia del paese, dell’isola e della nazione è un progetto che ha precedenti illustri. A buon titolo Paese d’ombre rimane uno dei più grandi esempi di romanzo storico dell’intero Novecento. Ma questo capolavoro, come detto, è anche un grande romanzo politico, oltre che poetico. Poi c’è l’amore che meriterebbe un discorso a parte. Amare, molto, saper gioire e insieme soffrire e le due cose una dopo l’altra, con sempre l’ultima pronta per ricominciare ogni volta. Anzi, per poter continuare e saper finire.

Gli amori muti di Norbio. Risiede anche qui la luce.

Luce che contrasta con le ombre: le case e le persone di una comunità ancestrale e inarrivabile. Coloro che guardano e non capiscono. Il dolore di chi deve scegliere. La rinuncia ancora a vivere.  L’epopea di una famiglia e di un piccolo paese semi sconosciuto colta in tutta la sua limpidezza e centralità, perché come ci insegna Dessì, in una sua affermazione direi molto spinoziana, “ogni punto del mondo è anche il centro del mondo”.

Paese d’ombre è un capolavoro anche perché sa cogliere il senso di una vita e di una terra e ne enfatizza mirabilmente l’intreccio. Così come c’è tutto di una vita, c’è tutto di una terra: la lotta perenne, la purezza, la ribellione, la rinascita, la grande, immensa solitudine. Tutti i cicli sono presenti. Tutto si consuma e si rigenera. Dalle stagioni agli uomini.

In un suo articolo Giuseppe Dessì a conclusione di una mirabile riflessione disse questo: “i sardi hanno un modo balordo di amare la propria terra, come se l’avessero già perduta o come se la dovessero perdere fatalmente”, e questa frase percorre da cima a fondo anche Paese d’ombre, perché questo è un modo eccentrico e inusuale di amare, ma forse per gli abitanti di Norbio e per i sardi in generale è probabilmente l’unico.