Elogio della fuga è un saggio del filosofo e biologo francese Henri Laborit (1914 – 1995) scritto nel 1976 e pubblicato da Mondadori in Italia nel 1982. L’autore mediante la sua teoria della fuga nell’immaginazione e nella creatività, parla delle tematiche più importanti per l’umanità: l’amore, la libertà, la morte, il piacere, la fede, il senso della vita, ecc..

La brevissima prefazione è davvero folgorante e vale la pena di riportarla per intero.

“Quando non può più lottare contro il vento e il mare per seguire la sua rotta, il veliero ha due possibilità: l’andatura di cappa (il fiocco a collo e la barra sottovento) che lo fa andare alla deriva, e la fuga davanti alla tempesta con il mare in poppa e un minimo di tela. La fuga è spesso, quando si è lontani dalla costa, il solo modo di salvare barca ed equipaggio. E in più permette di scoprire rive sconosciute che spuntano all’orizzonte delle acque tornate calme. Rive sconosciute che saranno per sempre ignorate da coloro che hanno l’illusoria fortuna di poter seguire la rotta dei carghi e delle petroliere, la rotta senza imprevisti imposta dalle compagnie di navigazione. Forse conoscete quella barca che si chiama Desiderio.”

L’ipotetica prospettiva di fuga, appena accennata, di una barca alla deriva, se portata a termine può essere considerata la vera Fuga, quella con la F maiuscola. La metafora di Laborit è di grande efficacia, perché offre uno spunto filosofico e letterario interessantissimo, su cui verrà edificata l’intera struttura del testo. La fuga dunque, a dispetto delle condizioni spesso averse e quasi sempre proibitive, con cui l’individuo deve fare i conti, è la prima vera azione che consente all’uomo di fare quel salto evolutivo essenziale nel suo percorso di crescita.

Laborit, nell’Elogio della fuga, parte con un Autoritratto, si concentra nel concetto dell’Amore spiegando che “il solo amore davvero umano è un amore immaginario”, per poi offrire la sua Idea dell’Uomo senza dimenticarsi dell’Infanzia e degli Altri. In questo denso avvio, prende forma una scrittura che va subito al centro delle cose e si apprezza un lessico ricercato e coinvolgente. Si familiarizza immediatamente con un linguaggio semplice ma allo stesso tempo ricco, dove la lettura è facilitata da brevi capitoli. La Libertà e la Morte, ma anche il dolore, sono concetti centrali nel saggio e l’interpretazione che Laborit  tenta di offrire su queste tematiche, da un punto di vista filosofico, è decisamente affascinante. “La nostra morte non è forse, in definitiva, la morte degli altri?” E sul dolore aggiunge: “in quanto al dolore non riesco a convincermi che nobiliti, gli uomini che ho visto soffrire mi sono sempre parsi chiusi nel loro dolore e non aperti verso spazi cosmici. Se il dolore eleva vorrei sapere verso che cosa. Verso un Dio a cui chiediamo consolazione? Verso gli altri che non possono partecipare al nostro dolore dato che esso è una costruzione strettamente personale”.

Si giunge alla fine con ritmo serrato, sulla scia di queste grandi considerazioni, passando nella seconda parte del saggio, per la Felicità, il Piacere, il Senso della vita, il Passato, presente, futuro e culminando con la grandissima lezione esposta nel capitolo della Fede. Laborit non esige e non cerca approvazione. Egli offre eccezionali spunti di riflessione, nella speranza di far scattare qualcosa nel lettore. Ed è proprio questo che accade: il lettore si ritrova a riflettere, quasi inconsciamente, su gran parte del contenuto esposto dal filosofo francese.

Elogio della fuga è un libro che offre una proposta concreta a coloro che si accingono a leggerlo: quella di sottrarsi alla logica che regola i rapporti umani e di fuggire, nel senso più ampio e profondo del termine, in direzione di se stessi.

“In tempi come questi la fuga è l’unico mezzo per mantenersi vivi e continuare a sognare”

E torniamo dunque, in conclusione, a questa Fuga e a questo elogio/invito di cui si parla, perché è assolutamente doveroso sottolineare un aspetto: il consiglio della fuga proposto da Laborit non è affatto quello di un fuggire inteso in senso distruttivo, perché spesso al termine fuga siamo portati ad associare un carattere negativo, di codardia e vigliaccheria, o se superiamo questa etichetta, definiamo la fuga come un’azione fine a ste stessa, priva di fondamento e infine utopistica. Qui ci troviamo dinnanzi a un fuggire sano, un vero e proprio strumento di sopravvivenza, il solo che ci permette di andare avanti in condizioni socio-culturali quasi proibitive. Un fuggire che è ricerca di un equilibrio interno, conoscenza, riflessione, ascolto di se stessi.

Il testo di Henri Laborit fa emergere il lato del biologo ma anche quello del filosofo, creando un sapiente intreccio tra le due discipline e offrendo una grande coesione di concetti, mai banali e sempre protesi ad incentivare il benessere psico-fisico dell’individuo ed il suo percorso di crescita.