Il libro di Giobbe, nella bellissima edizione Feltrinelli, impreziosita dall’introduzione di Mario Trevi e che beneficia del rigore filologico di Amos Luzzatto, grande studioso della cultura ebraica, di cui possiamo apprezzare una pregevolissima traduzione, è un testo che viene letto e riletto da oltre Duemila anni. Comunemente considerato il capolavoro letterario della corrente sapienziale, può essere definito come il testo più “squisitamente filosofico” dell’Antico Testamento, nonché uno dei più affascinanti per contenuto, profondità e livello letterario dell’intera Bibbia. Nessuno può affermare con certezza chi scrisse il libro di Giobbe. Il Talmud ne attribuisce la paternità a Mosè, ma lo stile e i dettagli relativi alle lunghe conversazioni riportate nel testo, fanno presupporre, secondo diversi storici e biblisti, che il suo autore fosse anonimo, considerando la storia di Giobbe come una parabola del popolo giudaico. Minoritaria è la corrente che vuole Giobbe stesso autore del libro.

Il libro di Giobbe. Sintesi del testo

Il libro racconta la storia di Giobbe, del paese di Utz, timorato di Dio, alieno dal male, uomo integro e retto, il migliore presente sulla faccia della terra, il più fedele, onesto, giusto. Giobbe vive felice. Padre di sette figli e di tre figlie, dispone di greggi, asini, bovini e numerosa servitù. È riconoscente a Dio e possiede una fede incrollabile.

Ad un certo punto, senza che Giobbe si fosse macchiato di nessuna colpa, egli viene tentato da Satan (da intendere secondo Luzzatto, in una concezione che non lo individuerebbe come Diavolo in senso proprio, concetto del tutto estraneo alla tradizione ebraica, ma che invece lo identificherebbe come un “pubblico ministero” del tribunale celeste), per mettere alla prova questa sua fede.

Giobbe viene investito da una serie indicibile di sofferenze. Perde quasi tutti i suoi averi, muoiono diversi suoi figli, egli stesso è colpito dal brutto male delle ulcerazioni. Ma egli non demorde, accetta che Dio si riprenda tutto quello che gli ha dato e respinge anche la moglie che gli consiglia di profanare Iddio. Anche i tre amici Elifaz, Bildad e Tzofar, con i loro tre distinti interventi, non credono più in lui e mettono in dubbio la sua onestà. Un uomo giusto non può subire una simile punizione da Dio, pensano. Tutti e tre credono che se Giobbe soffre significa che ha peccato.

Uno sconsolato Giobbe a quel punto si rivolge direttamente a Dio. Perché chiede? Dopo il suo accorato appello c’è l’intervento di una figura molto interessante, Elihu, personaggio più giovane degli altri, che benché pecchi di presunzione e riporti una non proprio corretta disamina delle parole di Giobbe, riesce a scandagliare maggiormente la faccenda e a problematizzare e argomentare meglio la questione intorno alla sofferenza di Giobbe. L’eco del doloroso e disperato appello giunge infine alla volta celeste. Giobbe chiede conto a Dio. Non è più interessato del parere dei vari interlocutori. Pone il quesito a Dio stesso. Invoca la giustizia a Dio. Chiede a Dio di ragionare. E Dio, tirato in causa, dalla bufera finalmente risponde.

Un capolavoro biblico ricco di quesiti filosofici

La domanda centrale del libro di Giobbe può essere riassunta come segue: è giusto che l’uomo retto subisca il male e che il malvagio goda del bene? Ma questa è solo la domanda centrale dalla quale si dipanano altri quesiti. Josy Eisenberg, rabbino francese di origine polacca, fa notare come il libro di Giobbe, nella sua riflessione filosofica, rimandi alla domanda più generale del perché esista la sofferenza. E questa è una delle domande più antiche dell’umanità.

Chi legge questo testo viene introdotto ben presto nel vortice interrogativo. Il libro di Giobbe è un libro di interrogazioni squisitamente filosofiche. È probabilmente il testo più filosofico dell’Antico Testamento. Si tratta di un libro che pone domande, esattamente come la filosofia. Le problematiche sollevate dal Libro di Giobbe sono sempre attuali perché fanno parte di quel novero di domande senza tempo a cui l’umanità non è riuscita e forse non riuscirà mai a dare risposte convincenti. Ma per onestà intellettuale, ad una lettura filosofica, alla quale sicuramente il testo si presta, è doveroso ricordare che i concetti filosofici presenti, inseriti in questo particolare contesto biblico, devono necessariamente essere relazionati e armonizzati alla tradizione ebraica e devono tener conto di quella particolare inclinazione culturale e di quella specifica tradizione religiosa.

Giobbe interroga Dio. Dio interroga Giobbe. Gli amici interrogano Giobbe. Giobbe interroga se stesso. Il lettore interroga chiunque: Giobbe, Dio, gli amici di Giobbe, se stesso. Emerge tra le righe il senso del tragico. Nella domanda chiave riecheggia l’essenza della tragedia e si erge maestoso il carattere filosofico di questo capolavoro biblico. È forse il libro più bello, profondo ed elevato di tutto l’Antico Testamento, insieme al Genesi. L’interrogativo che nessuna risposta può soddisfare, colloca questo testo al di là di ogni limite, perché resterà sempre un libro aperto e incompleto sul quale ogni giudizio è rimandato e anche la parola fine non attecchisce.

Un tentativo di risposta. Il concetto di prova e le altre tematiche filosofiche

Tra le tante chiavi interpretative, tenterò di percorrerne una che a mio avviso merita un certo approfondimento.

Come si spiega dunque il male che colpisce l’uomo giusto? Ci sono diverse ipotesi di risposta, se si vuole uscire dalla classica spiegazione teologica e tentare di trovare una soluzione più soddisfacente. Una delle possibili risposte potrebbe postulare l’esistenza di un male solo apparente che non viene sempre per nuocere, oppure che il male che colpisce il giusto sarebbe passeggero, come il bene del resto, che premia il malvagio.

Un’altra ipotesi di risposta può essere data dal fatto che se partiamo dal presupposto che nessun uomo è privo di peccato, è normale che vi sia stato un castigo anche per Giobbe, in qualche modo non esente da colpe (la perfezione non è una prerogativa dell’uomo ma bensì solo di Dio), o ancora che il male che colpisce l’individuo potrebbe rappresentare semplicemente un metodo pedagogico utilizzato dalla divinità per indirizzare l’uomo sulla retta via. Infine vi è un’altra risposta, quella che investe maggiormente la sfera filosofica e che introduce il concetto di prova, dove il giusto risulta tale, non tanto nella situazione di benessere, quanto nel momento del più atroce dolore. Sul terreno filosofico la questione si fa decisamente interessante ed è qui che la nostra analisi si concentrerà.

Credo che Kierkegaard sia uno dei filosofi da tirare maggiormente in ballo quando ci si accosta a quest’opera, non tanto per la sua eccellente opera su un altro grande personaggio biblico, Abramo, che troviamo in Timore e tremore, che fa un po’ da cassa di risonanza a questo testo, quanto perché Kierkegaard, ha utilizzato per introdurre la figura di Giobbe, proprio la categoria della prova. Dio offre alla parte di sé che contempla anche il male, quella di mettere alla prova Giobbe.

La categoria della prova non è né estetica né tantomeno dogmatica, perché se lo fosse Giobbe saprebbe che l’origine del suo dramma sarebbe riconducibile al fatto che Dio lo sta mettendo alla prova. Giobbe non lo sa, è ignaro di tutto, a differenza del lettore che conosce questa dimensione della prova. La categoria della prova è dunque trascendente, in quanto c’è una contrapposizione netta tra l’uomo e Dio. La prova dev’essere dura e le Sacre Scritture hanno presentato diversi esempi di prove straordinariamente impegnative, al limite della sopravvivenza. Insieme a Giobbe, Noè, Daniele e il già citato Abramo sono in questo senso gli esempi più significativi.

È necessario sottolineare anche un altro aspetto, che in verità è più un approccio tipico della filosofia, sui problemi sottesi alla nota vicenda di Giobbe e sulle risposte che sono state date nel corso degli anni. Mi preme a tal proposito solo ricordare che anche altri filosofi si sono confrontati con questo poderoso testo. I principali sono stati Kant, Hegel, Schelling e Levinas.

Quali sono i problemi filosofici che solleva Giobbe? Il primo, senza ombra di dubbio è il tema del male. Connesso a doppio filo con la tematica del male c’è il tema della giustizia di Dio, argomento filosofico per eccellenza, che gravita attorno alla filosofia anche se dovessimo considerare  Dio solo nella tradizione giudaico cristiana. Il binomio male-giustizia dà origine a tutta l’ontologia e l’etica e conduce ad altre domande chiave che si sono susseguite nel corso dei secoli: perché vi è qualcosa e non il nulla Perché, in questo qualcosa, domina il male e non il bene? L’uomo può ritenersi realmente libero o il male limita qualsiasi scelta? Che valore ha la libertà di un essere che si dice creatura? Che senso ha inoltre la sua sofferenza?

Il non-senso del mondo. Il non-senso della sofferenza

Quest’ultima domanda investe profondamente il libro di Giobbe. Di fronte alla sofferenza, il pensiero non può prendere la forma astratta della dottrina, dei principi e delle conclusioni dai principi. Questo può andare bene in teologia, ma di fronte ad un malato il problema non è teologico, bensì esistenziale, cioè di esperienza. Allora la riflessione e il pensiero devono prendere una forma diversa, non quella della teologia astratta, ma quella della meditazione, cioè dell’assimilazione personale dell’esperienza, di quella precisa soggettiva esperienza.

La sofferenza che Giobbe sta vivendo introduce due elementi essenziali che invitano l’individuo a compiere una scelta. In primo luogo c’è il non-senso del mondo. In secondo luogo c’è il non-senso della sofferenza che a sua volta conduce a due possibilità: la sofferenza può portare l’uomo da un lato a rinchiudersi in se stesso e dall’altro può renderlo più sensibile e aperto agli altri. Solo il soggetto in questione può fare questa scelta, perché è il solo ad essere messo concretamente dinnanzi a queste due alternative. Da un lato c’è il significato del mondo, dall’altro c’è il significato della sofferenza con le sue due possibili varianti.

La ragione umana

Nel ribelle Giobbe vediamo rappresentata tutta la dignità della ragione umana. Una ragione che non può annichilire davanti a un’ingiustizia o davanti a una spiegazione insufficiente. Giobbe si difende con gli amici e l’intera difesa di Giobbe è costruita su un paradosso: l’essere umano, qualunque essere umano sulla faccia della terra, è un nulla nel complesso della creazione.

Se ci si sofferma a contemplare per un attimo l’immensità dell’universo, che cos’è quest’essere nato tardivamente, in un punto insignificante, alla periferia di una galassia tra tante, nell’infinità vastità dell’opera di Dio? Ma nonostante ciò, questo essere così insignificante ha l’autocoscienza dell’universo. Qui parafrasare Pascal è davvero troppo scontato, se non fosse incredibilmente doveroso.

Terreno fertilissimo per la filosofia quello dove prende vita l’azione disperata di Giobbe che tira in ballo nientemeno che Dio. La natura riprende coscienza di sé, coscienza per quel che riguarda la conoscenza e la necessità di dare un senso di giustizia al mondo. Memorabile la risposta di Dio. Ogni versetto accresce a dismisura la sua immensa potenza. È un Dio che accetta la sfida di Giobbe. Lo invita a cingersi i fianchi. Si confronta con la sua creatura. Invita Giobbe (che nel disperato impeto della sua difesa si era posto al cospetto Dio), a rispondere lui, adesso, alle domande dell’Onnipotente.

Ma le domande di Dio non richiedono nessuna risposta. Dov’era l’insignificante uomo quando l’Onnipotente creava tutto quanto? Gli ultimi quattro capitoli sono di grande intensità letteraria. Giobbe, che aveva osato interrogare direttamente Dio, si ridimensiona al cospetto di quei quesiti e si riduce a un granello di polvere sperduto nel firmamento. Non c’è risposta davanti a tutte le meraviglie e a tutti i misteri della creazione.

“Dov’eri tu quando Io posi le fondamenta della terra? Chi ne fissò le misure, che tu sappia chi ha teso su di essa il filo a piombo? Su che sono stabiliti i suoi pilastri? Chi ne pose la pietra angolare? Hai tu una sola volta dato ordini al mattino e sapresti dov’è riposta l’aurora? Afferreresti tu i lembi della terra per scuoterne fuori i peccatori? La faresti girare come l’argilla del vasaio? Hai raggiunto i profondi vortici marini camminando nei misteri degli abissi? Lungo quale strada è riposta la luce e dove ha sede il buio? Da quale ventre fu partorito il ghiaccio e la brina che è in cielo chi l’ha partorita? Sai tu annodare i lacci delle Pleadi o sciogliere le redini ad Orione? Conosci tu le leggi del Cielo, ne hai imposto tu il dominio sulla Terra?

La sequenza di domande che Dio sottopone a Giobbe è impressionante. Ma il lettore attento non può non riscontrare che all’appello manca qualcosa. E infatti manca la risposta di Dio al grande quesito di Giobbe. Che cosa ha risposto Dio alla domanda sull’ingiustizia e sulla sofferenza dell’innocente? Nulla. Ci si potrebbe chiedere allora ma che senso ha rispondere con una minuziosa descrizione delle meraviglie della natura a questioni che riguardano la sofferenza dell’uomo giusto?

Ha un senso e i biblisti hanno replicato in diversi modi. Non me ne voglia il lettore se non mi addentro nelle diverse sfaccettature di queste dotte interpretazioni. Lascio a lui, in nome del sacro valore della ricerca, il compito di indagare quali siano le risposte più soddisfacenti. A lui, singolarmente e intimamente, spetta il compito di capire cosa insegni questo magistrale testo. Da quando l’autore del libro di Giobbe ha scritto queste pagine sublimi, questa vicenda è stata riscritta e interpretata centinaia di migliaia di volte e sarà ancora scritta e interpretata in un’infinità di occasioni, con mille variabili e svariati punti di vista. Non esiste un’unica interpretazione. Esiste un’interpretazione certamente più adatta alla diversa sensibilità di quel particolare lettore.

Verso una conclusione: la nozione di colpa e il senso del tragico

Abbiamo detto che l’angoscia di Giobbe è un’angoscia esistenziale. Per quanto dignitosa possa essere la ragione umana, essa non riesce ad includere la volontà di Dio. Dio è al di là della ragione. Su questo non ci può essere dubbio alcuno. La ragione si colloca in una dimensione prettamente umana. Dio non segue la logica, lo schema, l’analisi. La lettura del libro di Giobbe è affascinante anche perché rinvia al concetto di una misteriosa colpa. Una nozione non facile da affrontare e che non si presta a determinazioni. La colpa nella nostra concezione moderna ha sempre il rimando ad una causa. La nostra mente è portata a pensare in termini scientifici e ragioniamo facendo corrispondere ad una causa un effetto. Nel caso di Giobbe abbiamo una pena e una immensa sofferenza senza colpa.

Nella letteratura un magnifico esempio di drammatizzazione della nozione di colpa è quello che ci è giunto da Kafka. Lo scrittore boemo è riuscito a drammatizzare il concetto di colpa metafisica e in qualche modo è riuscito a far rientrare i suoi personaggi in un mondo dove lo spettro della colpa si aggira alla stregua di un giudice invisibile che dispensa la sua giustizia agli ignoti colpevoli. Ignorare una colpa non equivale minimamente ad essere incolpevoli. Espiare una colpa da innocente vuol dire che si crede in un ordine trascendente. Riconoscere questo tipo di ordine, anche se ingiusto, significa infondergli dignità di giustizia. Nella lettura di Giobbe abbiamo senza dubbio una giustificazione dell’azione di Dio.

Non è così distorta la riflessione che porta in qualche modo a leggere tra le righe un tentativo di voler umanizzare Dio e divinizzare l’uomo. E se fosse nascosto proprio qui uno dei grandi messaggi di quest’opera? Questo libro è rivolto a tutti, atei e credenti, ignoranti o colti, filologhi o inesperti. Chiede al lettore due cose: di essere disponibile ad accogliere l’insegnamento, qualunque esso sia, e di non avere pregiudizi. Il libro di Giobbe incarna il senso del tragico, è percepibile ovunque l’essenza di una tragedia che appartiene a  tutti, perché siamo tutti coinvolti nel momento in cui ci formuliamo la domanda: “che cosa è vero”? Il tentativo di rispsta a questo quesito coincide col senso stesso della vita.