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Il Vangelo di Giovanni. Analisi e interpretazioni del più grande testo filosofico del Nuovo Testamento

Il Vangelo di Giovanni è sicuramente il testo più importante di tutto il Nuovo Testamento e a parer mio uno dei principali testi dell’intera Bibbia. Scritto in greco, composto da ventuno capitoli, racconta come gli altri vangeli sinottici il ministero di Gesù, ma approfondisce in maniera importante la vera identità del Cristo. Con un sostrato filosofico di incredibile portata e un richiamo gnostico ancora vivo, il libro se letto in maniera autonoma e con cuore aperto, non smette di stupire e di porre affascinanti quesiti sulla figura di Gesù e sul reale scopo del suo insegnamento.

Nello studio e nell’analisi del Vangelo di Giovanni ho seguito un approccio storico-filosofico. Inizialmente ho scelto di affrontare alcune questioni preliminari, senza le quali è impossibile calarsi adeguatamente nell’opera, dopodiché ho deciso di proporre quelle che sono state le più grandi interpretazioni che filosofi e teologi antichi e medievali hanno dato del Vangelo di Giovanni, infine ho tentato di esporre alcune linee interpretative squisitamente personali che ho maturato dopo un’attenta rilettura e riflessione, proprio alla luce dell’analisi storica e filosofica che ho portato avanti. Questa tecnica seppur molto dispendiosa, mi ha offerto una chiave di lettura molto più ampia e suggestiva. Il testo si è aperto, consentendomi di guardarlo da angolature diverse e di trovare al suo interno elementi di elevatissimo contenuto spirituale e filosofico che a prima vista mi erano sfuggiti o che sembravano superficiali.

Per presentare quest’opera ho scelto il testo editto da Garzanti, a cura di Marco Vannini, grande esperto di mistica cristiana. Questa edizione che si rifà alla traduzione del Novum Testamentum graece et latine, edito decima, a cura di A. Merk S.I. Istituto Biblico, Roma 1984,  è totalmente svincolata da qualsiasi istituzione religiosa che ne poteva determinare inevitabilmente l’indirizzo e condizionarne irrimediabilmente il significato. Il merito di Marco Vannini è quello di aver adottato una prospettiva d’analisi molto rigorosa, utilizzando un metodo ispirato a criteri di correttezza filologica e storica, cercando inoltre di evidenziare tutta la problematica interna alla genesi dell’opera e preoccupandosi di offrirne una lettura profonda e di spessore in aperto contrasto con le analisi troppo superficiali, poco originali e con scarso acume critico che troviamo ovunque.

Alcune questioni preliminari

Nell’affrontare questo testo occorre fare un’attenta analisi su alcune questioni preliminari che sono importantissime per poi avvicinarsi al suo contenuto in modo genuino e costruttivo. Le questioni riguardano i seguenti aspetti:

  • Autore
  • Periodo della composizione
  • L’opera di stesura
  • Gli elementi essenziali
  • Il legame con lo gnosticismo e la conoscenza di se stessi
  • La dottrina e l’insegnamento
  • I capitoli aggiunti in un secondo momento

Senza un’attenta paronimica su questi aspetti, che in questa sede non può che essere rapida e concisa, è molto complicato riuscire a cogliere la profondità di quest’opera che ha, ripeto, per spessore filosofico e spirituale davvero pochi eguali in tutte le sacre scritture.

Nel Nuovo Testamento a Giovanni figlio di Zebedeo, discepolo di Giovanni Battista, sono attribuiti il quarto vangelo, tre lettere e l’Apocalisse. Su quest’ultima oramai la critica è pressoché unanime nel considerarla un’opera di uno scrittore diverso. Per ciò che attiene il quarto vangelo l’ipotesi più accreditata è che sia riconducibile ad un gruppo di redattori che facevano riferimento a lui, quindi non è frutto del lavoro di un solo autore. Come luogo di composizione del testo è quasi scontato che sia stato redatto a Efeso, luogo dove Giovanni è verosimilmente deceduto. Di Efeso era originario il filosofo Eraclito (535 a.C. ca – 475 a. C. ca). Questo dettaglio che può sembrare una semplice coincidenza rappresenterà un elemento di inaudita importanza.

Per ciò che concerne la datazione, l’opera va collocata in un arco di tempo che va dal 75 al 110 e con molta probabilità dal 90 al 100. La redazione finale del testo sembrerebbe essere stata portata definitivamente a termine intorno al 100 circa.

In riferimento al lavoro redazionale, come abbiamo già accennato, la linea critica che lo riconduce interamente a Giovanni è minoritaria ed è stata quasi del tutto superata da una concezione, che ormai ha preso piede, secondo la quale il lavoro di stesura, compilazione, ripulitura del testo sia frutto dell’operato di più redattori a noi ignoti. Questa ipotesi è avvalorata da almeno tre elementi. Il primo riguarda le numerose incoerenze presenti nel racconto evangelico con diversi salti cronologici e geografici. Il secondo si riferisce alle numerose ripetizioni nei discorsi e al fatto che alcuni passi sembrano estranei al loro contesto. Il terzo è un elemento di carattere linguistico inerente il fatto che sono presenti notevoli differenze dell’uso della lingua greca per lessico e per sintassi. Si pensi al Prologo che ha una tonalità poetica impressionante, totalmente assente nel resto del vangelo[1].

Un altro elemento fondamentale riguarda le tre diverse fonti dalle quali il vangelo attinge, o meglio quelle che risultano aver “contaminato” più di tutte il vangelo: la prima è la cosiddetta fonte dei segni, ovvero il racconto tradizionale in greco, la seconda è di carattere squisitamente teologico ed è quella relativa ai discorsi scritti in aramaico dallo stile poetico, componente essenziale questa per il Prologo. La terza e ultima fonte è quella che riguarda il racconto della Passione e della risurrezione, riconducibile in parte ai tre vangeli sinottici e in parte a un lavoro autonomo dei redattori[2].

Per quanto riguarda gli elementi caratterizzanti il Vangelo di Giovanni, questi possono essere ricondotti ai seguenti: è presente una marcata componente escatologica che riguarda la promessa messianica; “l’ora è giunta ed è questa” dirà Gesù alla samaritana. Questo vangelo è scritto soprattutto a lettori non  cristiani. È l’unico dei quattro vangeli inseriti nel canone biblico ad avere punti di contatto con la religiosità espressa nel Mediterraneo orientale, coacervo di diverse culture filosofiche tra cui quella platonica e stoica di cui sono evidenti gli echi. È il solo dei vangeli ad avere punti di contatto con gli scritti del Corpus Hermeticum, attribuiti ad Ermete Trismegisto. Soltanto questo tra i vangeli del Nuovo Testamento presenta una marcata vicinanza col pensiero del filosofo ebreo Filone. Infine sono presenti i principali concetti della filosofia greca antica: archè e logos[3].

Quest’ultimo aspetto merita un’approfondimento. Il primo termine viene comunemente tradotto con “principio”, il secondo presenta un’impressionante ventaglio polisemico che va da “Ragione” a “Parola”, passando per pensiero, discorso, calcolo, causa, sentenza, definizione, ragionamento ecc. Emblematico a tal riguardo il celeberrimo incipit del Prologo: “In Principio era il Logos, e il Logos era presso Dio, e il Logos era Dio. Questo era in principio presso Dio”. Ἐν ἀρχῇ ἦν ὁ λόγος, (En archè en o lògos).In pratica in mezza frase abbiamo i due concetti principali dell’intera filosofica greca antica. Questo passaggio è cruciale perché da qui si capisce non solo il livello filosofico del testo (parliamo infatti di un componimento squisitamente filosofico), ma anche dell’incredibile legame che c’è tra la tradizione classica e questo vangelo.

Un capitolo a parte meriterebbe il rapporto tra il Vangelo di Giovanni e lo gnosticismo. Per ovvie ragioni non posso approfondire in questa sede questo decisivo aspetto. Mi limito solo a sottolineare come il Vangelo di Giovanni sia molto più vicino ai due principali Vangeli gnostici e apocrifi: il Vangelo di Tommaso e il Vangelo di Filippo, che non agli altri tre vangeli sinottici. Molte affermazioni presenti nel Vangelo di Tommaso che contengono un pensiero di elevatissimo livello spirituale, di stampo assolutamente gnostico, hanno un’impressionante corrispondenza, quasi letterale, col Vangelo di Giovanni. Mi limito a dire solo che sia per Tommaso che per Giovanni ciò che salva è la conoscenza e questo è un concetto esclusivamente gnostico.

La gnoseologia, branca della filosofia che studia la natura della conoscenza è un termine che deriva proprio dal greco gnòsis: conoscere. Punto di partenza a dire il vero è la conoscenza di se stessi e sappiamo bene come il conosci te stesso sia una delle più importanti massime socratiche.

Qui c’è un passo decisivo che le religioni, nessuna esclusa, preferiscono che non emerga. Nei Vangeli di Giovanni, Tommaso e Filippo la conoscenza salvifica non è quella delle realtà supramondane descritte in toni fantasiosi, ma consiste esclusivamente solo nella conoscenza di se stessi. Incredibile la perfetta corrispondenza escatologica che in Giovanni, come rimarcato, è totalmente inserita nel qui e ora, dunque nel presente, di cui troviamo una perfetta corrispondenza nel Vangelo di Tommaso: “Un discepolo gli disse: “in quale giorno i morti troveranno pace e in quale giorno verrà il nuovo mondo? “Lui rispose: Ciò che voi attendete è già avvenuto ma voi non ve ne siete accorti”.

Di importanza centrale è la questione relativa alla dottrina. Premesso che normalmente si tende a suddividere il vangelo in tre parti: il Prologo, il libro dei segni e il racconto della Passione, vorrei esaminare rapidamente solo alcuni aspetti a mio avviso molto importanti. Del Prologo abbiamo in parte già parlato. L’aspetto che mi preme evidenziare riguarda la seconda parte. È opportuno infatti mettere in risalto come Giovanni chiami segni, semeia, quello che gli altri evangelisti sinottici definiscono prodigi, térata. Non c’è dunque nel Vangelo di Giovanni il miracolo come testimonianza di potenza ma c’è il segno, un fatto sensibile che rimanda a qualcosa di spirituale. Sulla Passione infine si è detto e scritto tanto.

Mi limito solo a far emergere un aspetto sul quale quasi mai si ha l’accortezza di soffermarsi. In Giovanni ad un’attenta lettura la crocifissione va intesa come innalzamento, innalzamento che non è fisico bensì spirituale. Elevarsi a psiche, a spirito. Un passaggio doloroso e lacerante ma che conduce inevitabilmente ad una rinascita. Non c’è rinascita se non si attraversa lo strazio assoluto. Nella Passione l’essenziale non è la sofferenza fisica, quanto la comprensione e l’accettazione di tutto ciò che accade, nel dolore più grande. Una totale immersione nel negativo. Nel dolore, nell’angoscia, nel patimento e nel travaglio del negativo, che rimanda ad una possibile lettura hegeliana, è qui che Gesù vive l’apice dell’antitesi. Dalla confusione e dallo smembramento atroce del psichismo, emerge nella sintesi la piena manifestazione dello spirito.

Come detto, Gesù rappresenta in tutto il Vangelo una verità inequivocabile; questa verità  è qui e ora. Questo è evidentissimo in più passaggi. Ma purtroppo uno degli aspetti più belli e spiritualmente più significativi dell’intero testo, appare blasfemo alla religione dogmatica che non può in nessun modo accettare una rappresentazione del divino se non come alterità.

Sembra però, che più che una vita nell’aldilà, il riferimento sia decisamente ad una vita nel qui e ora, nell’éschaton che si realizza pienamente nell’attimo, perché l’Uno quando si realizza non è più nel molteplice ma nell’eterno e fuoriesce da ogni dimensione temporale. Senza questo Vangelo che afferma la divinità di Gesù in modo esemplare e preciso sia nel Prologo, col riferimento al logos che nell’episodio di Tommaso che chiama Gesù “mio Signore e mio Dio” (20,28), ebbene senza questo vangelo Gesù sarebbe stato solo un profeta, e come ricorda Marco Vannini nella prefazione, il cristianesimo si sarebbe ridotto ad una debole variante dell’ebraismo.

In parte è condivisibile l’idea che il Vangelo di Giovanni sia l’erede legittimo del platonismo anche perché in esso troviamo sintetizzato effettivamente il pensiero platonico ma a dire il vero anche quello stoico ed eracliteo. È altrettanto vero che il testo come lo troviamo oggi risente di una sistemazione e ripulitura che lo ha profondamente snaturato. Ciononostante tracce di elementi gnostici fondanti del primo cristianesimo, quello autentico, resistono ed emergono tra le righe in modo significativo.

L’ultima questione preliminare che intendo affrontare riguarda il ventunesimo capitolo. Ormai è evidente e indiscutibile che nella stesura del testo siano intervenute più mani. Tuttavia mentre per alcuni studiosi è possibile che i capitoli undici e dodici siano stati aggiunti in seguito, è quasi certo che lo furono il capitolo quindici e il capitolo diciasette. Sul capitolo ventuno invece praticamente non c’è ombra di dubbio. Alla fine del capitolo venti si legge: “In realtà Gesù fece in presenza dei suoi discepoli moti altri segni, che non sono scritti in questo libro. Ma questi sono stati scritti perchè crediate che Gesù è il Cristo, il Figlio di Dio e credendo, abbiate la vita nel suo nome” (20,30-31). Molti studiosi autorevoli ritengono che 20,30-31 sia la conclusione del vangelo. Sul fatto che questa appendice del ventunesimo capitolo fu inserita in un secondo momento non c’è dubbio. Resta il dilemma riguardo all’autore. Alcuni sostengono si tratti di una figura o più figure che ruotavano attorno a Giovanni, altri invece ritengono che la mano sia di uno scrittore che non ebbe contatti diretti con Giovanni ma che rientrasse invece nella cerchia dei sistematori ecclesiastici del II secolo che avevano il compito di ripulire il testo.

Questo studio preliminare, propedeutico per affrontare adeguatamente il testo, necessita di un ulteriore elemento: l’analisi delle più grandi interpretazioni che nel corso della storia sono state fatte del quarto vangelo.

Le quattro grandi interpretazioni del Vangelo di Giovanni [4]

Dopo le questioni preliminari che ho affrontato, vorrei adesso sinteticamente illustrare alcuni  autorevoli commentatori che hanno dato vita alle interpretazioni più interessanti che sono state fatte nel corso della storia sul quarto vangelo. Sono quelle di:

  • Eracleone
  • Origene
  • Agostino d’Ippona
  • Meister Eckhart

Il Vangelo di Giovanni: La mirabile esegesi intellettualistica di Eracleone

Proprio perché questo vangelo, come abbiamo visto, mostra numerose differenze e non solo stilistiche, rispetto ai primi tre vangeli sinottici, era particolarmente apprezzato negli ambienti gnostici. Non è un caso quindi che il primo commentatore del Vangelo di Giovanni fu proprio un rappresentante del cristianesimo gnostico, ovvero Eracleone, maestro gnostico del II secolo d. C. A lui si deve il più antico commento sistematico del quarto Vangelo. La sue esegesi è di enorme rilevanza. Risulta soprattutto allegorica e si muove esclusivamente sulle linee delle dottrine gnostiche. Emerge la distinzione tra il Dio supremo e il demiurgo e la distinzione delle tre  stirpi umane: pneumatici, psichici, ilici. È un’esegesi estremamente  intellettualista  che  ancora oggi mantiene un notevole fascino. È difficilissimo confutarla senza subirne l’influsso perché si presenta come un interpretazione raffinatissima e molto profonda.

Il Vangelo di Giovanni: La sistemazione filosofica cristiana nell’interpretazione di Origene

Origene (185 – 254), filosofo greco antico, uno dei maggiori teologi cristiani dei primi tre secoli di vita del cristianesimo, ebbe un influenza enorme sul pensiero di altri autori cristiani, almeno fino al VII secolo. Non pochi studiosi affermano che Origene è, con Agostino, il più grande genio del cristianesimo antico. Della vastissima produzione che ci è pervenuta del teologo alessandrino il Commento al Vangelo di Giovanni, composto tra il 225 e il 235 d.C. circa, rappresenta l’espressione più sistematica e compiutamente organica del suo pensiero. Vista la diffusione del commentario di Eracleone, Origene si prefigge l’obiettivo di proporre un’interpretazione “ortodossa” della teologia giovannea, contro appunto l’interpretazione gnostico-valentiniana del maestro gnostico.

Origene interpreta il quarto Vangelo interamente alla luce della tradizione platonica, con alcuni elementi eraclitei, determinando, in questo modo, quella che abbiamo anticipato essere una confluenza del platonismo, dello stoicismo e del neoplatonismo nel primissimo nucleo del pensiero cristiano. Il suo commento soprattutto del Prologo mostra una struttura che è diretta conseguenza della filosofia neoplatonica. Come l’Essere proviene dall’Uno, che è al di là dell’Essere, e nell’Uno ritorna necessariamente, così il Figlio proviene dal Padre, che è l’Uno, e in lui sempre ritorna. La filosofia neoplatonica diventa per Origene, l’architettura teoretica con cui costruire una vera e propria “teologia del Logos”, forte del rimando eracliteo di matrice distributiva e razionale. Questo commentario va affrontato perché non è solo un’opera altamente apologetica, ma soprattutto perché si presenta come uno dei più grandiosi tentativi di sistematizzazione e di fondazione filosofica del pensiero cristiano che il mondo tardo-antico abbia conosciuto.

Il Vangelo di Giovanni: Agostino di Ippona: amore e carità  nell’ottica di formazione dei fedeli

Per quanto riguarda un altro illustre interprete del Vangelo di Giovanni, cioè Agostino (395 – 430) possiamo dire che ciò che interessa maggiormente il filosofo, durante l’intero Commentario al Vangelo di Giovanni, elaborato intorno al 416, è far capire che, in definitiva, lo scopo di tutta la rivelazione fatta da Dio nelle Scritture, prima di Cristo e attraverso Cristo, in qualità di logos-Parola che dà senso e contenuto a ogni altra parola salvifica, è quella di  accompagnare gli uomini a una fede alimentata dall’amore. Il fine dell’esegesi è dunque la carità. Non è un caso che Agostino scelga di commentare il Vangelo di Giovanni: è quello infatti che per ricchezza dottrinale e profondità dei temi spirituali è il più adatto a offrire una parola di Dio ricca ed efficace per la formazione dei fedeli.

Agli occhi di Agostino Giovanni di si eleva al di sopra di tutte le realtà per contemplare Dio. A differenza dell’interpretazione del logos di Origene, in Agostino il logos assume una valenza enunciativa e dichiarativa di chiara derivazione platonica. Egli infatti traduce il termine logos con parola. La componente gnostica già drasticamente ridimensionata nell’interpretazione di Origene, benché ancora in lui la suggestione gnostica sia più presente, nell’interpretazione agostiniana perde del tutto la presa. Quello che interessa maggiormente ad Agostino, nel commentare il quarto vangelo, è far emergere la componente dell’amore nell’ottica di cementificare il più possibile il primo nucleo cristiano nella fede.

Il Vangelo di Giovanni: Meister Eckhart: il logos nell’animo umano e una ragione che si fa spirito

Il Commento al Vangelo di Giovanni oltre a essere senza dubbio l’opera maggiore e più rilevante del grande teologo e mistico tedesco Meister Eckhart, giunta fino a noi dopo l’oblio di molti secoli, è un interpretazione a tratti sconvolgente che ha anche comportato delle accuse di eresia per il suo ideatore. In estrema sintesi  Meister Eckhart in questo commento sviluppa la sua dottrina mistica fondamentale, ossia quella che vuole la generazione del logos nell’anima dell’uomo come un qualcosa di completamente distaccato, per rendere l’uomo uomo divino, come il Figlio.

Dichiaratamente contrario a qualsiasi esclusivismo biblico, Eckhart afferma che la stessa luce ha sempre illuminato e illumina tutti quanti i popoli – pagani, ebrei, cristiani. I più grandi maestri della storia: Mosè, Gesù Cristo e Aristotele secondo il mistico tedesco insegnano la stessa cosa. L’unica differenza sta nel metodo di insegnamento. L’interpretazione del logos qua torna ad essere puramente razionale. Eckhart difende il primato della ragione che si fa spirito. L’esegesi della Scrittura non si discosterà mai dalla filosofia classica, con la quale si trova in perfetto accordo. Grazie a questa interpretazione, il pensiero occidentale, da Cusano ad Hegel, si è nutrito dell’opera di questo grande pensatore che ha col suo commentario restituito al Vangelo un’altra eccellente chiave di lettura.

Per un prima ipotesi interpretativa: logos-ragione, conoscenza di sé e verità-aletheia

Alla luce dell’analisi portata avanti e coadiuvata dalle letture dei commentari antichi e medievali, la mia prima ipotesi interpretativa si articola su tre punti. Nel primo punto ritengo opportuno scardinare la concezione che attribuisce al termine logos la consueta traduzione in “parola” o “verbo”. Come accennato nella nota tre, in riferimento allo studio di M. Fattal, la prima concezione di logos è di natura distributiva e razionale, in quanto in origine la radice leg del termine logos, si riferisce a concetti quali riunire, raccogliere e radunare. Questa tradizione che risale ad Omero (contrapposta a quella facente capo a Esiodo, che invece ha una natura dichiarativa enunciativa), viene tramandata da Eraclito che esprime il Logos in forma assoluta. Il logos giovanneo è come quello eracliteo espresso in forma assoluta. 

Appurato un certo parallelismo e precisato che in Eraclito il termine viene usato in senso assoluto, mentre in altri pensatori ricorre in senso relativo, fatta eccezione per la ripresa stoica del concetto eracliteo, si può supporre che l’uso del termine in senso assoluto, senza premesse esplicative, sia anaforico, ovvero rimandi ad un concetto già presente nella mente del lettore greco di media cultura. Inoltre, se si accettano le odierne ipotesi circa l’origine efesina del Vangelo di Giovanni, come ho fatto presente, si può concludere che il Prologo si innesti su una precomprensione eraclitea appartenente ad un lettore medio, che doveva disporre di un repertorio culturale che gli consentisse di identificare immediatamente il lógos giovanneo con quello di Eraclito. Il fatto che Efeso rappresenti il luogo geografico di concepimento del proprio pensiero è un elemento da non sottovalutare.

Per ciò che attiene il secondo punto, considerate le numerose correzioni e manomissioni che l’opera ha subito, soprattutto al tempo di Tertulliano (155 circa – 230 circa), secondo una logica di puntuale eliminazione di tutto ciò che era sgradito ai vari gruppi religiosi dominanti, ebbene nonostante queste forze contrarie ed avverse, qualche forza stavolta si, divina, ha impedito che questa ripulitura andasse fino in fondo e giungesse a totale compimento. Credo che la chiave di lettura più utile e costruttiva per coloro i quali dal testo desiderano ricavare un vero insegnamento, svincolato da quelle pseudo verità preconfezionate che vengono riproposte continuamente dalle correnti religiose di turno, sia rappresentata dal residuo gnostico ancora presente nel testo, soprattutto in riferimento alla conoscenza di se stessi come via salvifica, perché è lì che risiede la grande valenza spirituale del messaggio giovanneo.

Infine come terzo punto credo che sia imprescindibile un riferimento alla Verità. “conoscerete la verità, e la verità vi farà liberi” (8,32) è scritto nel Vangelo di Giovanni. Ma a quale verità ci si riferisce? Il concetto di verità cela in sé un significato spesso sfuggente. “Verità” è una parola latina ma il Vangelo di Giovanni è scritto in greco. Nella traduzione e nell’interpretazione del libro ha prevalso la concezione latina del termine. Per comprendere ciò che intendo, occorre ripercorrere rapidamente la genealogia di questa parola.

Il termine verità in ebraico si dice  emet o oemoet che significa “qualcosa che tu tieni dentro di te”. La radice è la stessa della parola mamma imma, in quanto la mamma è colei che tiene dentro di sé il bimbo: emet significa quindi “tirare fuori quello che si ha dentro”.

L’esortazione a dire la verità, quando qualcuno ce lo chiede, è l’esortazione a tirar fuori ciò che celiamo dentro di noi. Ciò che noi conosciamo e che non è fuori ma è dentro di noi.

Dicevamo che verità è una parola latina: veritas significa “quello che è creduto”. Creduto da chi? Non da noi singolarmente, ma da tutti gli altri. È chiaro che questa verità-veritas è di natura sociale. In pratica è ciò a cui noi dobbiamo credere. Ma è nostra questa verità? Nient’affatto. La veritas genera il noi a cui ci si conforma, che disgrega, nell’atto in cui si forma, le singole identità. Questa veritas non accetta che venga messa in discussione la sua verità e l’individualità immediatamente sottomessa, se è capace di ripensarsi e di prendere coscienza di sé, desidera svincolarsi da questa imposizione. Si sente subito lontano da essa, non in sintonia e nota incongruenze, contraddizioni ed elementi di illogicità. Spesso non riesce a dar seguito a questo desiderio di ricerca indipendente perché altrimenti fuoriuscirebbe da un piacevole costrutto, una sorta di prigione dorata da accettare senza sforzo.

Ma questa verità, eretta da altri, non ha nulla a che vedere con la vera verità. Adeguarsi a quella verità significa escludere il campo delle possibilità, ergo limitare il campo dell’esperienza. Mi chiedo quanti individui oggi si precludono le vere possibilità e limitano il proprio campo dell’esperienza. In nome di cosa? Perché dobbiamo limitare il campo dell’esperienza ed avere una visione limitata? In questo senso la mia visione va in una direzione che mira ad aumentare il campo delle possibilità ed allargare lo spazio dell’esperienza. A tal riguardo alla veritas latina del noi, mi sembra più virtuoso contrapporre l’aletheia greca dell’io, che è quella a cui effettivamente ci si riferisce nell’opera.

La lingua dei Vangeli è il greco. Qui la verità, e su questo non c’è dubbio, è aletheia, che significa “svelamento”. La verità di cui parla Gesù nel vangelo è la verità che ci permette di togliere il velo. Perché “il velo” rappresenta la veritas, la verità preconfezionata, le storie di altri che ci nascondono la nostra verità. La verità nel senso pieno della parola inizia quando sgombriamo il campo dalla veritas d’altri.

Nel Vangelo di Giovanni troviamo questa frase detta da Gesù: “Io sono la via, la verità, la vita” (14,6)

Via, Verità, Vita. Verità come via d’accesso alla vita. Ritengo che in questo passo la Verità come via d’accesso alla vita non è da intendere come un qualcosa associata ad un contenuto oggettivo ma a un soggetto che la costituisce. La verità è un fatto del soggetto. Questo è il grande insegnamento di questo testo. Il soggetto viene collocato al principio. Egli è autosufficiente. Non dipende da nessuna autorità religiosa. Nel suo agire, il singolo soggetto fa risorgere e operare dentro di sé la sola e unica verità: in pratica la fa avvenire in se stesso. La verità è una via che noi percorriamo individualmente. Questo percorso è personale e riguarda la nostra vita e quella di nessun altro. Basterebbe questo a far risorgere nuovamente quest’opera, a farla risplendere di rinnovata luce. Accostarsi a questo libro in maniera diversa è possibile, perchè questo è un testo che sa parlare davvero, come altre opere presenti all’interno delle Scritture, ma parla in senso pieno soprattutto a chi non si preclude nessuna possibilità d’ascolto.


[1] Per un approfondimento su queste questioni rimando al testo di R.E. Brown, Giovanni, Commento al vangelo spirituale, Cittadella Editrice, Assisi, 1986 e C.H.Dodd, L’interpretazione del quarto vangelo, Paideia, Brescia 1974.

[2] Per un approfondimento rimando al lavoro dello studioso tedesco Rudolf Bultmann, Das Evangelium des Johannes 1941, Vandenhoceck&Ruprecht, Gottingen, 1986.

[3] Per un approfondimento sul concetto di Logos rimando al testo di M. Fattal, Ricerche sul logos, V&P edizioni, 2001 da cui emerge una magistrale analisi storica sul logos e la sua fondamentale distinzione in logos come valore distributivo e razionale e logos nel suo valore dichiarativo ed enunciativo.

[4] Non ho potuto inserire due magistrali interpretazioni, molto più recenti del Vangelo di Giovanni, perché meritano, per la loro originalità e importanza una singola trattazione: la prima è quella di Igor Sibaldi “Il codice segreto del Vangelo, il libro del giovane Giovanni” e la seconda è quella di Rudolf Steiner “Il Vangelo di Giovanni”.