Socrate è la terza e ultima parte di un breve corso tenuto da Hannah Atendt presso la Notre Dame University nel 1954, pubblicato da Raffello Cortina Editore. Socrate è il grande filosofo greco che amava dialogare con i suoi concittadini nell’agorà di Atene. Egli non scrisse mai nulla ed è passato alla storia per via della grande opera di Platone, in quanto protagonista indiscusso di quasi tutti i suoi dialoghi. Socrate, se da un lato rifiuta di scrivere, dall’altro predilige dialogare: è il filosofo del dialogo, ideatore del famigerato metodo socratico con le sue sei fasi, che culminano nella maieutica.

Egli sollecitava i suoi interlocutori con tutta una serie di domande. Il tentativo era quello di far rendere conto loro di ciò che dicevano, con l’obiettivo di farli cadere in contraddizione. Socrate col suo metodo finiva sempre per mettere in questione l’ovvietà delle loro affermazioni. Nel 399 a. C. fu accusato da parte di esponenti democratici tornati al potere, di corrompere le giovani menti ateniesi e attentare alle tradizioni della città di Atene. Giudicato colpevole, evitò la fuga, pur di accettare l’ingiusta accusa, in nome delle leggi della città e morì in quell’anno bevendo la famosa cicuta, restando così fedele a quanto aveva insegnato per tutta la vita.

Il dialogo socratico intendeva migliorare la doxa, ossia l’opinione. Esso è incentrato sull’ironia, che deriva dal greco eironéia che significa dissimulazione e che conduce ad un esito morale. Obiettivo di Socrate è quello di condurre l’interlocutore a scrutare più a fondo dentro se stesso per conoscersi meglio. Deriva da questo passaggio il famoso detto socratico: conosci te stesso. C’è una lettura molto profonda che Hannah Arendt propone. La filosofa di origine ebraica si concentra su due aspetti che non sempre emergono quando ci si imbatte nella figura del grande filosofo ateniese: il due-in-uno e la meraviglia. Analizziamoli da vicino.

La scoperta del due-in-uno

La Arendt, conosciuata soprattutto per opere magistali come La banalità del male e Le origini del totalitarismo, nella sua straordinaria analisi di Socrate, coglie un aspetto che in questo testo è centrale: la scoperta del due-in-uno. Il conosci te stesso, nella classica interpretazione di Socrate significa che posso conoscere la verità soltanto se conosco quel cha appare a me. La verità assoluta, per i comuni mortali non può essere raggiunta in nessun modo. Per costoro ciò che conta è rendere veritiera la doxa e vedere la verità presente in ogni doxa.

La Arendt sostiene che secondo Socrate il principio guida per l’uomo che espone in modo veritiero la propria doxa è essere d’accordo con se stesso, e dunque non contraddirsi. Da dove scaturisce la paura della contraddizione? Secondo la Arendt deriva dal fatto che ognuno di noi “essendo uno”, può parlare con se stesso come se fosse due. Perché ogni persona è due-in-uno.

Il so di non sapere socratico significa questo: so di non avere la verità per tutti. Aggiunge la Arendt: “non posso conoscere la verità dell’altro se non rivolgendogli delle domande e riuscendo ad apprendere la sua doxa, ciò che a lui si rivela diversamente dagli altri”. Questo ha fatto di Scorate il più sapiente di tutti, come l’oracolo di Delfi ha sentenziato.

Solo chi ha esperienza del parlare con se stesso, dell’essere in accordo o in disaccordo con se stesso, è capace di essere un amico, cioè di acquistare un altro sé

Il principio di non contraddizione aristotelico, fondamento della logica occidentale, lo si può far ricondurre alla scoperta di Socrate. In pratica attesta questo: essendo uno io non mi contraddirò e al tempo stesso potrò contraddirmi. Temere di contraddirsi significa aver paura della scissione, del non poter più restare uno. La riflessione socratica, riportata magistralmente dalla Arendt, sottolinea che anche vivendo per tutta la vita in solitudine, l’essere umano vivrebbe sempre nella condizione della pluralità, perché dovrebbe sempre stare son se stesso. Per questo il filosofo che si rifugia nella solitudine, nel tentativo di sfuggire alla pluralità, si consegna in modo ancora più radicale alla pluralità insita in ogni essere umano. Paradossalmente è la compagnia degli altri a far tornare all’unità l’uomo, che distogliendosi dal dialogo interiore torna a rendersi uno.

In termini pratici la traduzione di questo notevole passaggio è la seguente: solo chi sa vivere con se stesso è capace di vivere con gli altri. La vita con gli altri comincia con la vita insieme a se stessi. Per questo Socrate affermava che “è molto meglio essere in disaccordo col mondo interno, che essendo uno, essere in disaccordo con me stesso”. Questa affermazione è così importante che in un colpo solo fonda sia l’etica che la logica.

La meraviglia

In questo corso la Arendt ha parlato anche della meraviglia, la thaumazein. Meraviglia dinnanzi a ciò che è, così com’è. Per Platone è un phatos, un qualcosa che si subisce. La meraviglia è un qualcosa che l’uomo subisce. Un qualcosa che lo colpisce. Un qualcosa di talmente grande che non si può tradurre con le parole. Per inciso, la meraviglia muta, è all’origine della filosofia e la verità ultima si colloca al di là delle parole. È sull’esperienza della meraviglia che si fonda la filosofia come disciplina. Questo che riporto di seguito è un estratto del brano della Arendt che spiega in maniera sublime come opera la meraviglia e con essa la filosofia:

“Nel momento in cui lo stato non discorsivo della meraviglia si traduce in parole, non è che la filosofia comincia a fare affermazioni, ma comincia a formulare in variazioni infinite quelle che chiamiamo domande ultime – che cos’è l’essere? Chi è l’uomo? Che significato ha la vita? Che cos’è la morte? Ecc. – accomunate dal fatto di non poter aver risposte scientifiche. L’affermazione socratica so di non sapere, esprime in termini di conoscenza l’impossibilità di rispondere in modo scientifico. […] Le domande ultime sorgono da questa esperienza vissuta del non sapere. Qui si manifesta un aspetto fondamentale della condizione umana sulla terra, e non del fatto razionalizzato e dimostrabile che ci sono cose che gli uomini non conoscono”.

L’uomo una volta che si formula delle domande senza risposta, si pone come un essere che si interroga. Se l’uomo per disgrazia dovesse smettere di porsi questi interrogativi ultimi, perderebbe anche la capacità di porsi domande a cui può dare una risposta, cosa che invece la scienza fa. Essa infatti deve la propria origine alla filosofia. Il fatto di non porsi più interrogativi senza risposta decreterebbe la fine non solo della filosofia ma anche della scienza.

Sono pochi i filosofi che conoscono bene il pathos della meraviglia. Il filosofo che si forma e che diventa un esperto della meraviglia, pone delle domande che nascono solo da essa. I risultati ultimi del pensiero consentono all’individuo di collocarsi al di fuori della sfera politica per concretizzarsi, come sostiene la Arendt, in un vero e proprio shock filosofico. Qui ci si trova per un brevissimo attimo davanti all’universo intero. Questa situazione si ripeterà soltanto in occasione della morte. Il pathos della meraviglia è una caratteristica degli esseri umani. “Nella prospettiva aperta da Socrate, quello che vale per la meraviglia con cui ogni filosofia ha inizio non vale per quello che segue, cioè per il dialogo della solitudine, il dialogo pensante del due-in-uno”.

Per quanto riguarda la filosofia, se è vero che essa comincia con il thaumazein e finisce con la mancanza di parole, allora è vero che finisce esattamente dov’era cominciata. L’inizio e la fine sono qui la stessa cosa

È necessario che il filosofo si faccia opinioni ma c’è qualcosa che lo contraddistingue in maniera assoluta:

Ciò che lo distingue dai concittadini non è il possesso di una verità speciale, inaccessibile alla moltitudine, ma il fatto che è sempre pronto a esporsi al pathos della meraviglia, e a evitare così il dogmatismo dei puri e semplici possessori di opinioni

Questo è un passaggio importantissimo. La grandezza di Platone e di Socrate sta anche nel fatto che si vuole rimarcare come l’esperienza non discorsiva della meraviglia sta all’inizio e alla fine della filosofia. La Arendt fa notare come oggi sia venuto meno anche il senso comune. Per ovviare a letture superficiali e troppo legate al carattere storiografico, la filosofa decide di pensare con Socrate e mediante Socrate.  Questo è decisamente più arduo, perché un approccio simile richiede non solo straordinarie competenze ma anche grande abilità interpretativa e profondità di lettura. Socrate è l’inventore della coscienza.

L’io che si fa due-in-uno si interroga e dà conto a se stesso di sé. Chi lo compie questo processo oggigiorno? Chi riesce a porsi in questi termini nei confronti della sua interiorità, della sua anima? Pochi, direi pochissimi. Gli esseri umani devono iniziare a meravigliarsi nuovamente, a dialogare profondamente con se stessi. Forse allora saranno capaci di leggere in maniera chiara il mondo. Di comprendere finalmente il senso ultimo della vita, di capire qual è il loro compito e scoprire la loro vera essenza. Rileggere Socrate attraverso Platone e oltre Platone. Questo è il grande suggerimento della Arendt. Le risposte arriveranno. Ma prima è necessario mettersi nella condizione di porsi le giuste domande.