Il problema del male è stato affrontato in passato, con differenti esiti, sia dalla filosofia che dalla teologia. Esso per entrambe le discipline ha scatenato una sfida senza pari. Il testo Il male, una sfida alla filosofia e alla teologia, di Paul Ricoeur (1913 – 2005), Editrice Morcelliana, mette in evidenza da un lato la difficoltà della teologia nel dare una risposta credibile e soddisfacente a questa problematica e dall’altro accusa la filosofia di aver troppo spesso minimizzato su questo argomento. Per entrambe le materie il male è stato oggetto di studio, ma per la teologia in particolare ha rappresentato da sempre una vera e propria spina nel fianco.

La domanda inquietante, tragica, fatidica è la seguente: da dove viene il male?

 

La ricostruzione storica della tematica del male da parte di Paul Ricoeur, con riferimento anche alle varie teodicee

Nel corso della storia, studiosi, filosofi, letterati e teologi di grande saggezza hanno affrontato la questione del male. La concezione metafisica del bene e del male risale infatti al mondo antico e medievale.

Socrate a tal proposito diceva che “il male è frutto di ignoranza”.

Secondo Platone il bene consiste in ciò che dà verità agli oggetti conoscibili: il bene è pertanto la fonte di tutto ciò che è. Se il bene è ciò che è, in qualità di elemento contrastante, il male non può che essere interpretato come ciò che non è, il non essere per eccellenza, ovvero la negazione assoluta del bene e quindi solo una sorta di “accidente della realtà”.

Si deve a Epicuro e ai suoi Frammenti un’analisi più dettagliata del problema, dove viene per la prima volta evidenziata la presenza contradditoria del male. Se Dio è onnipotente, buono e onnisciente non si spiega secondo il filosofo greco come il male possa esistere.

Sulla scia di Platone, la filosofia cristiana, soprattutto per bocca di Agostino d’Ippona si è innanzitutto preoccupata di sostenere che il male non è altro che un’assenza di bene. Egli offre una visione strettamente morale del male, una sorta d’imputazione in massa del genere umano. Pelagio invece ignorò totalmente la questione in nome di una preoccupazione etica della responsabilità. Entrambi non danno nessuna risposta alla sofferenza ingiusta patita dall’uomo.

Thomas Hobbes invece affermava che l’uomo definisce bene l’oggetto del suo desiderio e male l’oggetto della sua avversione.

Anche Immanuel Kant si è espresso sull’argomento dichiarando: “I soli oggetti di una ragion pratica sono il bene e il male. Col primo s’intende un oggetto necessario della facoltà di desiderare, col secondo un oggetto necessario della facoltà di aborrire, ma entrambi secondo il solo principio della ragione”. Per Kant bene e male non sono realtà o irrealtà indipendenti, ma si attengono alla facoltà di desiderare dell’uomo.

Il contributo alla causa viene anche dal grande filosofo tedesco George Wilhelm F. Hegel, per il quale il bene sarebbe libertà realizzata, lo scopo ultimo del mondo, mentre il male, al contrario, la sua totale negazione.

Che dire infine di Leibniz, l’interprete più geniale della cosiddetta teodicea, del contributo di Hannan Arendt (non citata da Ricoeur e che menzioniamo solo per indicare come l’analisi della tematica possa essere intrapresa anche da un punto di vista molto distante da quello qui trattato), con La banalità del male, la cui  lucidissima ricostruzione delle azioni di Adolf Eichmann, ufficiale delle SS, offre uno spunto di riflessione notevole e infine il lavoro di Karl Barth, col suo tentativo di rendere la teologia auto-contraddittoria e di introdurci in una sorta di  “teologia infranta” come unica condizione in grado di farci percepire veramente il male.

 

L’analisi di Paul Ricoeur

Ricoeur, dopo aver disegnato una sorta di fenomenologia del male (sofferenza, pena, peccato), pone da subito una questione cruciale. Se togliamo alla domanda “donde viene il male” ogni senso ontologico (cioè se la priviamo di ogni riferimento all’Essere), la domanda si trasforma in “donde viene che noi facciamo il male”. Questo comporta una evidente conseguenza: posto in questo senso l’interrogativo viene automaticamente introdotto nella sola sfera della volontà e del libero arbitrio.

Se la filosofia tenta un approccio metodico, la religione (nella fattispecie il cristianesimo), non sa proprio spiegare il male. L’uomo nella mitologia cristiana nasce colpevole e deve espiare la colpa del peccato originale. Secondo Ricoeur la teologia cristiana non sa spiegarlo perché riduce il male a quella parte di male morale che è il peccato. Non coglie minimamente il fenomeno eclatante della sofferenza fisica. Inevitabile il riferimento al Libro di Giobbe.

Paul Ricoeur tenta comunque di dare una risposta e lo fa cercando di offrire una possibile interpretazione che richiederebbe in ogni caso un ulteriore sviluppo. L’approccio è simile al “lavoro del lutto” teorizzato da Freud e applicato da Ricoeur al problema del male. Se per Freud l’obbiettivo era quello di far venire meno tutti i legami che ci fanno sentire la perdita di qualcuno come perdita di noi stessi per Ricouer il meccanismo è simile. L’amore disinteressato per Dio, che lui paventa, la rinuncia al desiderio della ricompensa per quel che si vale, l’essere immuni alla sofferenza e accettare la morte come necessaria, non risolvono pertanto il problema ma semplicemente lo aggirano.

In definitiva non sembra esserci spiegazione e di contro non si scorge all’orizzonte  soluzione. Il male sotto questa luce è in sé ingiustificabile e inspiegabile.

Il concetto di male espresso dal fisico David Bohm sembra essere tra tutti quelli esposti uno dei più convincenti:

Il male nasce esclusivamente dall’ignoranza e dalla cecità mentale. Ciò accade solo se l’ego di un singolo individuo collassa su se stesso in un micro-universo artificioso, cosa che porta ad allontanarsi dall’intelligenza artificiale. La frammentazione che deriva da questo collasso di tanti ego chiusi nel loro buco fatto di realtà illusorie, è alla radice delle discordie tra gli uomini, delle guerre e dell’indifferenza dell’uomo nei confronti della salute del suo pianeta”.

La finezza ermeneutica di Paul Ricoeur non si discute. Il male è una tematica centrale nel pensiero del filosofo francese. È visto come una questione che suggerisce a pensare di più e a pensare altrimenti su svariati piani (metodo filosofico, etica, religione, politica e diritto). Per Ricoeur il male è comunque un mistero inaccessibile. Non dimentichiamo che il testo è stato scritto dopo la morte del figlio per suicidio, aspetto che influisce nell’analisi di fondo, seppur l’eleva statura intellettuale del filosofo riuscirà a circoscrivere il dramma soggettivo.

Indipendentemente dalla fede individuale professata, dalla sua intensità e livello, e di contro dallo scetticismo, materialismo o ateismo, non esiste uomo, intellettualmente onesto, che non si sia posto, uscendone irrimediabilmente sconfitto, il pensiero dell’origine e della ragione del male. Intorno a tale interrogativo ruotano gran parte dei problemi di carattere teologico. Il problema del male è probabilmente il paradigma di tutti gli interrogativi impossibili con i quali l’uomo deve fare i conti.

Paul Ricoeur non ha la risposta ma offre un concentrato di alta riflessione filosofica che consegna al lettore gli strumenti adatti per intraprendere da sé il cammino, magari sulla stessa strada intrapresa da Socrate che definisce il male come semplice frutto dell’ignoranza umana. Se non è un punto d’arrivo, questa riflessione è quantomeno un ottimo punto di partenza.