Ci sono scrittori e poeti di cui si ignora l’esistenza. La causa di questo vuoto conoscitivo va ripartita tra (molti) editori e (diversi) lettori; sprovveduti e poco desiderosi di riscoprire le grandezze del passato i primi, poco curiosi e intraprendenti i secondi. Robert Walser è uno dei tanti caduti accidentalmente nell’oblio. Uno di quelli destinati al dimenticatoio, se non fosse intervenuta, per così dire, la provvidenza. Un recupero il suo, da un punto di vista letterario, davvero notevole. Il merito è tutto della casa editrice Adelphi che ha ripubblicato gran parte delle sue opere dando visibilità a uno dei protagonisti della letteratura del Novecento, in un’operazione di grande dignità intellettuale.

La biografia di questo straordinario poeta e scrittore svizzero è degna di un racconto di Dickens. Schivo, problematico, solitario, poco incline ai rapporti interpersonali, disperato, pazzo, curioso, geniale.

Enrique Vila-Matas nel suo Bartleby e compagnia definisce la sua “un’estetica dello sconcerto” e dice una cosa molto interessante sul suo conto: “Robert Walser voleva essere una nullità e il suo maggior desiderio era venir dimenticato. Ogni scrittore deve venir dimenticato appena smette di scrivere, perché quella pagina l’ha già persa…” Per Robert Walser tutta la sua esistenza si proietta in quest’unica direzione. Desiderio dell’oblio assoluto. Ambizione di passare totalmente inosservato.

Walser nasce a Bienne, in Svizzera, nel 1878. Visse a Basilea, Stoccarda, Zurigo, Monaco e Berlino più un’altra mezza dozzina di città. Fece diversi lavori per mantenersi ed iniziò a scrivere quando era molto giovane. La sua adolescenza fu intrisa di traumi e dolori: sua madre morì quando lui era appena sedicenne, perse due fratelli nel giro di pochi anni; Ernst ed Hermman. Il primo per una lunga malattia, il secondo morto suicida.

Vagò per l’Europa, spostandosi continuamente e ricoprendo a piedi distanze impensabili. La sua gioia più grande era quella di passeggiare: giorno e notte, spesso senza sosta, sicuramente senza una meta; solo per il gusto di farlo.

Autore di romanzi tra cui  è doveroso menzionare Geschwister Tanner (I fratelli Tanner), Der Gehülfe (L’assistente) e Jakob von Gunten e numerosi racconti tra cui spicca Der Spaziergang (La passeggiata) e Das Tagebuch (Sulle donne), Robert Walser fu uno scrittore prolifico, frenetico, che amava scrivere su piccoli pezzi di carta di seconda mano, intere frasi a tratti illeggibili. Ideò quella che venne definita in seguito una “scrittura a microgrammi”. Una sorta di scrittura segreta, indecifrabile, un abile camuffamento calligrafico inventato dall’autore che a fatica diversi anni dopo la sua morte si riuscì a decrittare.

 

G. Sebald lo definì “il più solitario tra tutti i poeti solitari”. Amato da Kafka e da Musil, elogiato da Stefan Zweig ed Elias Canetti, celebrato da Hermann Hesse che ne invitò caldamente la lettura e osannato perfino da Baudelaire. A Robert Walser, non mancarono gli estimatori che vedevano in lui un talento letterario cristallino, a discapito della sua “instabilità” mentale.

 

Di Walser si è detto tanto, ma soprattutto in Italia, di lui e su di lui si è letto poco.

Si definiva un romanziere artigiano. Amava un certo tipo di vanità che oggi difficilmente potremmo capire ed accettare: niente a che vedere con il successo personale, ma una vanagloria fatta di cose minime e insignificanti, fatta di pochezza e miseria.

“Lo scrittore è tutto e deve essere tutto. Per lui c’è solo una religione, solo un sentimento, solo una visione del mondo, e questa consiste nel nascondersi con amorevole attenzione nella visione del mondo, nei sentimenti e nella religione degli altri, forse di tutti. Ogni volta, quando scrive la prima parola, non ha più nulla a che fare con se stesso; e quando ha dato forma alla prima frase, non si riconosce più”.

Questa citazione rivisitata anche da Calvino, è sintomatica di come debba essere inteso il mestiere dello scrittore. Passeggiare, passeggiare, passeggiare, fino alla morte. La parola centrale di una vita, di un destino. La sua esistenza è stata un intero elogio al passeggiare, sul filo della ragione.

Il concetto della passeggiata fa presagire nella nostra mente un qualcosa di piacevole, un’azione finalizzata al benessere, ma per Walser le passeggiate avevano un non so che di assurdo, un tocco a tratti inquietante: duravano lunghe ore, tutto un giorno e anche la notte successiva, con qualunque tempo. Su questo punto va ricercato il suo genio poetico.

“Ogni passeggiata è piena di apparizioni, degne di essere viste, degne di essere colte”.

Nella sua scrittura, in questi microgrammi indecifrabili c’è molto di più di una contorsione grafica disturbata. C’è quello che Gianni Celati definisce il sentimento del “perdersi”, tipico di chi cammina senza una destinazione. Acuta osservazione, perché Walser lasciandosi trasportare dalla penna e “dimenticandosi della testa” porta  a compimento un’operazione straordinaria dal punto di vista della trasfigurazione del contenuto. Tratti banali di persone, ambienti e paesaggi diventano elementi chiave, determinanti nella metamorfosi dell’eterno presente.

Ne La passeggiata per esempio, riconosciuto come uno dei testi migliori di Walser, troviamo toni apparentemente dimessi e comuni ma in verità si tratta di un elogio a quelle piccole cose attraverso le quali si può comprendere appieno la vita.

Un bel giorno, all’inizio del 1929, Robert Walser decise di dare una svolta alla sua esistenza. Si presenta spontaneamente presso la clinica psichiatrica Waldau di Berna e chiede di essere ricoverato. Qui continuerà a scrivere con una matita su pezzi di carta reperiti ovunque. Dopo quattro anni viene trasferito, contro la sua volontà, presso il sanatorio di Herisau. Tre anni dopo cesserà ogni attività.

Da qui alla sua morte, avvenuta nel 1956, l’oblio letterario. Venti lunghi anni anni di assoluto silenzio. Non scrisse più una parola. Quella che frettolosamente venne diagnosticata in lui come “malattia mentale” con tutte le innumerevoli sfaccettature che questa diagnosi comporta, sparì, (se mai ci fosse stato un segno evidente) dalla sua mente, prosciugando però per sempre anche la sua vena letteraria e poetica.

La follia ci abita. Lo sapeva bene Platone che ebbe a dire che “i beni più grandi ci vengono dalla follia, data per dono divino, perché essa è molto più bella della ragione umana”. E lo sapeva bene anche Walser, stupendo giocoliere e acrobata tra la parte razionale e quella folle del nostro animo.

Invano il suo amico e protettore Carl Seeling lo esortò a scrivere ancora. Per Walser non ci fu più niente da dire, o meglio, da scrivere per i successivi vent’anni. Scrivere è anche non parlare. Scrivere è anche tacere: questo Robert Walser lo sapeva e trovò anche un modo tutto suo per congedarsi dal mondo, in totale sintonia con la sua persona.

Il pomeriggio del giorno di Natale del 1956, dopo una lunga passeggiata, l’ormai quasi ottantenne scrittore svizzero fu trovato riverso a terra, in un giardino imbiancato da un’abbondante nevicata. Le sue orme sulla neve fresca e poco distante il suo smilzo corpo accasciato. Morì così, senza un lamento, senza un biglietto e senza un rimpianto.

L’eterno Robert Walser è da annoverare tra i pochi poeti che hanno superato indenni la follia. L’ha attraversata con passo deciso, un metro alla volta, tra innumerevoli passeggiate e una volta oltrepassato il confine si è voltato con un tenue sorriso a salutare il mondo.

Rimane lì, sullo sfondo, figura impenetrabile e incomprensibile. La sua esistenza sarebbe potuta essere un film senza immagini, se non fosse stato per quelle infinite annotazioni a piè pagina, a suggello di una vita andata ben oltre la follia.

 

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