Thomas Bernhard non è uno scrittore per tutti. Il soccombente non è un libro per molti.

Premessa dalla quale non si può prescindere.

Immediatamente il lettore entusiasta deve scendere a patti, perché prima di decidere se partire o no con questa lettura è necessario tenere bene a mente soprattutto un aspetto singolare del romanzo che implica due ripercussioni, una sintattica e una estetica: si tratta di un testo claustrofobico, dove si ripercorre l’ossessione di una mente che si confida mediante un lungo monologo, spesso ripetitivo e ridondante e in secondo luogo vi è una totale assenza di dialoghi e un’assoluta mancanza di respiro nella lettura (non si va neanche una volta a capo in 186 pagine), che gettano nello sconforto e nel panico anche il più ottimista lettore.

Superato il trauma iniziale e presa confidenza col delirio, il libro si “apre”. E’ una fragile apertura in verità perché la complessità strutturale del testo rimante intatta dall’inizio ala fine. Come può un romanzo di questa portata e complessità, un libro di così ardua lettura, ostico e dal ritmo ossessivo ammaliare così tanto? Rispondere a questa domanda non è semplice.

Il senso del testo sta tutto qui: nella reazione decisiva che abbiamo quando pensiamo di essere i migliori e ci troviamo dinnanzi un genio col quale non potremo mai competere.

A Salisburgo c’è un corso di pianoforte tenuto dal grande Horowitz. I personaggi del romanzo sono tre giovani musicisti che s’iscrivono al corso con grande entusiasmo. Uno di loro si chiama Glenn Gould, che a differenza degli altri due, non è soltanto un grandissimo pianista, ma è anche e soprattutto un vero e proprio genio del pianoforte. L’incontro con questa genialità sarà devastante perché provoca negli altri due compagni una sensazione di totale annientamento. Appurato che è impossibile raggiungere quel livello traggono l’unica conclusione possibile: abbandonano per sempre la musica. Uno dei due, Wertheimer, nel rispetto della caratteristica esasperatamente tragica presente nella scrittura di Bernhard, finirà per suicidarsi. E’ lui il soccombente. E’ lui che non accetta l’idea di essere soltanto uno tra i migliori. Il secondo, la voce narrante del romanzo, venderà il suo pianoforte a persone ignote, totalmente inadatte alla musica. Lui è il filosofo. Un bel giorno, entrambi, passaggiando per il corridoio, si fermano davanti a una porta. All’interno di quella stanza chiusa qualcuno sta suonando in modo sublime; rimarranno impietriti dalle Variazioni Goldberg, riprodotte magistralmente da Glenn Gould. E’ lui il genio. Per i due giovani sarà l’inizio della fine.

In questa scena sono racchiusi tutti gli elementi che segneranno il futuro dei tre amici e faranno da perno all’intera opera. La storia de Il soccombente è racchiusa in questo incontro con il genio e con la spietatezza della vita.

Quando non si può emulare, il dramma incombe dietro l’angolo, le strade sono segnate.  Quando si è dei geni assoluti, interpreti magnifici del pianoforte, a un certo punto si vuole diventare strumento stesso.

Un unico concetto su cui Bernhard batte dall’inizio alla fine. Il monologo si sa, non ammette trama, dialogo, sequenza di avvenimenti e infatti non c’è nulla di tutto ciò. E’ una spirale ossessiva che ha il fondamento, la genesi e l’epilogo nel tentativo di spiegare questa drammatica e radicale rinuncia a suonare e questo devastante incontro col genio ha i tratti di Glenn Gould, un nome e un cognome. Costui non sogna, non desidera, non aspira a diventare, egli è.

Il miracolo, non del tutto scontato con tali premesse, si verifica comunque. Il testo incredibilmente non annoia e non scade di una virgola, a discapito di una ridondanza concettuale quasi maniacale. Si rischia la deriva, questo è bene rammentarlo, e per questo è fondamentale tenere ben saldo il timone.

E’ una domanda presente in tutti gli ambiti della vita quella che Thomas Bernhard lascia intendere al lettore. L’ interrogativo che infatti emerge da Il soccombente riguarda l’utilità dell’uomo nel proseguire in attività e opere, pur sapendo di non poter mai raggiungere i massimi livelli perseguiti in quel campo. Nella fattispecie, ha senso continuare a suonare il pianoforte dopo essersi trovati dinnanzi un genio, la cui abilità non si riuscirà mai ad eguagliare?

Al lettore la risposta.

Qualcuno ha definito questo romanzo brutale. Per me è brutalmente sincero e a conti fatti vale decisamente la pena gettarsi nel suo caos claustrofobico perché è vero che Thomas Bernhard ne Il soccombente sacrifica trama, dialoghi, scene, orpelli e vicende, ma in cambio ci offre un sanissimo tuffo in quegli squarci mai troppo netti, che si aprono nella mente, quando c’è il concreto rischio che il confronto con il genio dissolva ogni parvenza di sogno.

 

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