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Il taccagno cognitivo. La crisi del “pensare” nell’epoca dell’isteria collettiva

La comunicazione politica talvolta tende ad accentuare lo stato di ansia e sovente anche quello di paura del destinatario del messaggio comunicativo. Questi stati però accrescono la sua attenzione. Ecco che allora ci sono le condizioni affinché il destinatario si focalizzi meglio sul messaggio che viene veicolato. In questo sostrato di ansia e paura evocare alcuni termini ha un effetto molto più efficace nei confronti del ricevente che non è riuscito a scrollarsi di dosso la condizione ansiogena. Richiamare termini come “crisi”, “emergenza”, “pericolo”, “morte”, “malattia”, “contagio” ecc. in un contesto di paura e ansia e con un livello alto di attenzione, generato proprio da questa condizione emotiva, fa si che questi concetti attecchiscano nelle persone in maniera decisamente più efficace sia a livello conscio che a livello subconscio. Una delle risposte più comuni che ne conseguono, una risposta chiaramente irrazionale, è l’isteria collettiva. A questo punto possiamo analizzare meglio la figura che Popkin teorizza nel modello del taccagno cognitivo.

Gli individui davanti ad uno stato di ansia (non solo quando c’è uno stato di ansia, ma soprattutto quando ci si trova in questa condizione), tendono a selezionare le informazioni in base alle proprie convinzioni e abitudini. In pratica questi soggetti cercano, leggono, ascoltano con più impegno e dedizione del solito, ciò che conferma la propria opinione. Pertanto costoro non presteranno minimamente attenzione a tutto ciò che mette in crisi le proprie convinzioni. Tuttavia il taccagno cognitivo non si limita solo a questo. Egli anche se c’è una dimostrazione concreta e inoppugnabile che contraddice ciò che credeva essere vero, pur di non smentire se stesso, è capace di mantenere le stesse errate convinzioni comunque. Un esempio sarà utile a comprendere meglio.

La manipolazione dell’informazione nell’amministrazione Bush Jr. Il caso Iraq

Possiamo citare a tal proposito un episodio legato all’amministrazione americana di George Bush Jr. Si tratta di una vicenda politica importante che ci permette di capire bene sia il meccanismo della comunicazione politica e dei media che il comportamento dei cittadini. Poco prima della guerra condotta dagli Stati Uniti nei confronti dell’Iraq, l’amministrazione Bush doveva costruire un  frame, ossia una cornice valoriale che aveva l’obiettivo di raccogliere delle qualità attorno alle quali costruire una precisa scelta politica, in questo caso di politica estera. Il frame nella fattispecie coincide con la difesa della nazione e quindi con una retorica patriottica.

Concedetemi una piccola divagazione, funzionale però al discorso. Gli Stati Uniti sono una nazione che nasce per una volontà patriottica condivisa. Soffre il dramma della guerra civile ma  poi si consolida attorno ad un incredibile ideale patriottico. Purtroppo in base a questo principio, puntualmente sottolineato in svariati contesti, si finisce per giustificare anche infrazioni a norme di civiltà e rispetto dei basilari principi umanitari. Insomma la retorica patriottica diventa un elemento giustificativo di qualsiasi operazione sia di estrema difesa che di estremo attacco. È come se gli Stati Uniti vivessero una forma inconscia di sudditanza a quei valori patriottici che sono le fondamenta stesse del sistema politico di questa nazione.

Dicevamo sicurezza e difesa nazionale come cavalli di battaglia, ideale patriottico rimarcato e uno stato di emergenza che accentua la tensione. Questi erano i presupposti. Non c’è un nemico però. È necessario visualizzarne uno. Si crea a questo punto una percezione errata. La percezione del nemico esiste, ma deve essere assolutamente manipolata. L’amministrazione Bush costruisce una comunicazione politica esplicitamente basata sulla disinformazione con una costruzione mistificata della realtà. Come sappiamo l’antefatto è l’11 settembre con “l’attacco” alle torri gemelle da parte di Al Qaeda, gruppo terroristico geopoliticamente collocato in Afghanistan, ricondotto debitamente dall’amministrazione americana all’Iraq di Saddam Hussein, colpevole oltre che di stringere legami con Al Qaeda, anche di mettere a punto un piano per la fabbricazione di armi di distruzione di massa. La ricaduta dal punto di vista comunicativo, sulla base del frame di cui abbiamo parlato poc’anzi genera due assunti: il primo è che l’Iraq possiede armi di distruzione di massa; il secondo è che ha legami con il gruppo terroristico di Al Qaeda che ha colpito gli Stati Uniti e messo a rischio la loro sicurezza nazionale.

Questi due aspetti col tempo si riveleranno privi di fondamento, ma, e questo è un passo cruciale, nel momento in cui vengono illustrati all’opinione pubblica, guadagnano immediatamente tantissimi consensi.

Qualche tempo dopo, a guerra conclusa, una volta che viene appurato e ampiamente dimostrato che l’Iraq di Saddam Hussein non era in possesso di nessuna arma di distruzione di massa, la maggioranza dei cittadini che avevano dato il loro consenso alla politica estera di Bush, glielo nega immediatamente e la credibilità dell’amministrazione americana crolla. Fin qui niente di eclatante, anzi possiamo tranquillamente asserire che questo rientra nella normali questioni che alimentano il dibattito pubblico all’interno di un paese democratico. È la logica conseguenza di un frame che proposto in maniera massiccia, produce un consenso massiccio. Una volta rivelata la realtà, si sgretola la credibilità della notizia che porta una rapida discesa dei consensi. La questione centrale però è questa: a distanza di anni è stata riscontrata una ricaduta del frame.

Quest’aspetto nell’analisi della figura del taccagno cognitivo è essenziale. Alcuni anni dopo, quando la faccenda era ormai archiviata, la credibilità di una notizia falsa recupera i consensi dell’opinione pubblica. Ecco nuovamente il meccanismo del taccagno cognitivo, visto da un’altra prospettiva. Il taccagno cognitivo ritorna sulle proprie opinioni, quelle che lo hanno spinto ad appoggiare la politica dell’amministrazione Bush, e seleziona solo ed esclusivamente le notizie e le informazioni che confermano la primissima posizione. Nonostante sia stato ampiamente dimostrato che quelle notizie (il fatto che l’Iraq avesse armi di distruzione di massa e che avesse legami con Al Qaeda) si siano rivelate false sotto ogni aspetto, coloro i quali avevano dato la propria fiducia alla versione manipolata della Casa Bianca, tornano a confermare questa versione, appunto per evitare di smentire se stessi.

Pensiero e dubbio

Possiamo constatare che si verifica puntualmente l’effetto della ricerca della notizia che conferma le proprie opinioni, piuttosto che metterle in dubbio. Questo dimostra che le persone tendono a credere né più né meno a ciò che vogliono credere. Alimentare il dubbio, immergersi nel dubbio, confrontarsi col dubbio, prerogativa squisitamente filosofica, non è una pratica che oggi interessa la maggioranza delle persone.

Ma Hegel ci ricorda, decisamente in polemica con lo scetticismo dogmatico dei moderni ed estremamente in linea con lo scetticismo radicale degli antichi, che il dubbio costituisce proprio l’inizio del pensiero. Pensiero ed esercizio del pensiero che religioni, scienza, dogmi, ideologie espresse da società o gruppi sociali, principi, assiomi radicali e limitanti tendono a voler soffocare. Ma la filosofia e quindi il pensiero devono necessariamente fare proprio l’elemento negativo di autoesame del dubbio. Non sarebbe filosofia. Non sarebbe pensiero. Si tratterebbe di una indistinta e incondizionata accettazione della voce che in quel momento è più in assonanza con la nostra emotività. Lo stesso Hegel ci parla di una figura che chiama “contabile dello spirito”, una sorta di addetto, che esattamente come il contabile delle ditte commerciali tiene la contabilità della ricchezza altrui, senza aver mai ricevuto un proprio patrimonio, il contabile dello spirito si occuppa solo di verità che però sono verità di altri, senza mai averne una propria. Di questi contabili, faccendieri, passacarte, copiatori seriali che conoscono qualche frase e la ripetono senza comprenderne appieno neppure il senso, ne vediamo ovunque.

L’analisi della figura del “contabile taccagno cognitivo” ci permette di comprendere meglio come in definitiva un individuo tenderà sempre a voler confermare le proprie opinioni e quando non le ha a ripetere pedissequamente le opinioni altrui. Questo avviene in generale, ma soprattutto se queste hanno preso vita in un sostrato di terrore, paura, ansia e incertezza. Se non si è attrezzati a fare i conti con versioni che possono destabilizzarci e far sorgere in noi un dubbio, non si potrà fare altro che accettare passivamente e senza nessuna analisi razionale, la versione manipolata di turno che la comunicazione politica sapientemente mette in piedi e che i media propagano ed amplificano in maniera pressoché uniforme.

Questi esempi sono utili soprattutto oggi, alla luce di ciò che sta avvenendo e di come la comunicazione negli ultimi tempi sia stata tutto fuorché obiettiva e non abbia voluto includere critiche e confronti. Grandi responsabilità vanno alla politica, senza dubbio ai media, ma anche al cittadino. Il taccagno cognitivo non esce dalla sua misera condizione. Nessuno dopotutto lo aiuta. Non arretra di un centimetro. Non cede neanche dinnanzi all’evidenza. Egli vive nel suo mondo, nella sua zona di comfort e dal suo recinto mentale fintamente dorato non vuole uscire. È scettico nei confronti della filosofia. Si crogiola nel proprio morbido tappeto di pseudo-verità ridotte a un assemblamento di opinioni strausate e di pensieri-oggetto pronti all’uso. Nel suo mondo il dubbio non attecchisce. Figuriamoci il pensiero. Nell’epoca dell’isteria collettiva, dove ogni follia si trasforma a poco a poco in normalità, le vittime più illustri potrebbero essere proprio il pensiero, la coscienza e la volontà di restare umani. Il nostro compito è difendere con coraggio tutto questo davanti a chi non intende piu servirsene.