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Henri Bergson – Saggio sui dati immediati della coscienza. Riflessione sul tempo autentico: quello della nostra coscienza

Il Saggio sui dati immediati della coscienza è uno scritto di Henri-Luis Bergson (1859 – 1941), pubblicato nel 1889 a Parigi. Probabilmente lo stesso autore non poteva immaginare che la sua tesi di dottorato, presentata alla Sorbona, sarebbe diventata nel corso del tempo uno dei capolavori del pensiero contemporaneo, tanto da riuscire ad influenzare parte della grande filosofia a venire, soprattutto la fenomenologia, e per citare alcuni nomi: Heidegger, Jankélévitch e Deleuze.

Il Saggio sui dati immediati della coscienza può essere definito come una delle radici essenziali del nostro modo di pensare in filosofia con un’eredità che non riguarda solo il campo filosofico ma anche quello scientifico e letterario. L’importanza di quest’opera è indubbiamente attestata. Le complesse e affascinanti indagini bergsoniane sul concetto di durata (elemento centrale di questo saggio) e di memoria influenzeranno direttamente il più grande capolavoro della storia della letteratura di tutti i tempi, fondato proprio sull’esperienza soggettiva della memoria, ossia Alla ricerca del tempo perduto, di Marcel Proust, pubblicato tra il 1913 e il 1927: un’immensa opera in sette volumi, per oltre 3700 pagine, che non ha eguali nella storia della letteratura e alla quale dedicheremo un apposito spazio.

Bergson e lo spiritualismo

Bergson fa parte di quel filone spiritualistico che ha tra i suoi tratti caratterizzanti proprio un atteggiamento critico verso il primato delle scienze matematiche e naturali, in contrapposizione dunque al positivismo. Lo spiritualismo vede nella psicologia uno strumento privilegiato per sondare la coscienza e l’interiorità dell’uomo e per accedere in questo modo alla comprensione della realtà. Lo studio dell’interiorità e dello spirito dell’uomo diventano il mezzo migliore per accedere alla conoscenza della realtà nel suo complesso. I filosofi spiritualisti affermano il carattere limitato del sapere scientifico e la sua incapacità di cogliere l’essenza genuina dei processi spirituali.

Ci troviamo davanti a un atteggiamento polemico verso la scienza con un attacco diretto nei confronti del determinismo della fisica (che afferma che in tutti i fenomeni c’è un rapporto necessario di causa ed effetto), contrapponendo ad esso la difesa della specificità del mondo dello spirito. Il pensatore più significativo di questa tradizione è proprio Henri Bergson che con il  Saggio sui dati immediati della coscienza introduce una nozione di tempo ed in particolare di durata completamente nuova, che scardina la netta contrapposizione tra mondo esteriore, interpretato mediante lo spazio e mondo interiore che adotta il tempo come sua dimensione.

Saggio sui dati immediati della coscienza. L’idea di durata e gli stati di coscienza

Il saggio si articola in tre capitoli: 1. “Sull’intensità degli stati psichici”, dedicato al problema dell’intensità degli stati psicologici con una particolare attenzione al dibattito contemporaneo di quegli anni sulla psicofisica. 2. “Sulla molteplicità degli stati di coscienza e l’idea di durata”. Qui si analizza il concetto di molteplicità da intendere non come somma, quanto piuttosto come mutua compenetrazione e l’idea di durata. 3. “Sull’organizzazione degli stati di coscienza e la libertà”, dove si affronta la questione della libertà.

I grandi motivi della filosofia di Bergson trovano tutti la loro radice nel cuore teorico del Saggio. Per venire incontro alle esigenze dei lettori e di tutti coloro che vogliono avvicinarsi all’opera e rendere piacevole questa trattazione ho deciso di concentrarmi soprattutto sul capitolo secondo. Ho inoltre volutamente tralasciato gli aspetti squisitamente tecnici del saggio, che non mancano e che certo non sono secondari, privilegiando la componente più marcatamente filosofica e psicologica. Questo non perché gli altri elementi non meritino analisi o attenzione, ma perché è qui che si trova la concezione rivoluzionaria di Bergson: la contrapposizione tra tempo spazializzato e durata reale e dunque tra il tempo della scienza e il tempo della vita e i vari stati di coscienza dell’io profondo.

La riflessione di Bergson parte dalla considerazione che esistono specie molto diverse di molteplicità. Quando noi parliamo di oggetti materiali, alludiamo chiaramente alla possibilità di vederli e di toccarli, in pratica li localizziamo nello spazio. Ma quando consideriamo gli stati affettivi dell’anima, operiamo sempre così? Secondo Bergson no. Il filosofo francese descrive a tal proposito due specie di molteplicità: quella degli oggetti materiali e quella dei fatti di coscienza.

Quando noi parliamo del tempo lo intendiamo sempre come nel senso di un mezzo in cui lo si distingue e lo si conta. Ma se lo consideriamo in questi termini esso non è che lo spazio. Infatti come afferma Bergson “le immagini con le quali viene descritto il sentimento che la coscienza riflessa ha del tempo e anche della successione vengono necessariamente prese a prestito dallo spazio”. In pratica i nostri sensi percepiscono le qualità dei corpi e con esse lo spazio. Secondo Bergson proiettiamo il tempo nello spazio ed esprimiamo la durata attraverso l’estensione, per questo la successione assume la forma di una linea continua le cui parti si toccano senza però penetrarsi.

Le constatazioni che qui emergono dalla riflessione di Bergson sono il prologo al tema della durata; un concetto incredibilmente difficile da rappresentarsi nella sua purezza originaria. Abbiamo infatti un’idea del tutto errata di durata. La intendiamo come un qualcosa di interno e omogeneo, analogo allo spazio, i cui momenti identici si susseguono senza compenetrarsi. Il filosofo suggerisce di rivedere quest’idea e che è più opportuno parlare di durata reale, in cui i momenti eterogenei si compenetrano.

Questa durata reale è il tempo della nostra coscienza. L’unico vero tempo autentico che coincide completamente con la vita della coscienza. Sembrerebbe che la questione possa semplicemente ridursi ad una contrapposizione tra tempo della scienza che è un tempo quantitativo, omogeneo, discontinuo, ripetibile e reversibile e un tempo della vita che invece è il tempo della coscienza, qualitativo, eterogeneo, continuo, irripetibile e irreversibile. Non è affatto così. Le ultime dieci pagine del secondo capitolo sono tra le più intense, ricche e dense dell’intera opera, insieme ad alcuni brani memorabili del terzo capitolo. La durata si presenta alla coscienza immediata come qualità e non come quantità e conserva questa forma finché non cede il posto a una sovrapposizione simbolica, ricavata dall’estensione.

“Le nostre percezioni, sensazioni, emozioni e idee si presentano sotto un duplice aspetto: l’uno netto, preciso, ma impersonale; l’altro confuso, infinitamente mobile ed inesprimibile, poiché il linguaggio non potrebbe coglierlo senza fissarne la mobilità, e nemmeno adattarlo alla sua forma banale senza farlo cadere nel dominio comune”

Bergson ci sta dicendo che la nostra vita esterna e sociale ha assunto un’importanza pratica decisamente maggiore rispetto alla nostra esistenza interiore e individuale. Inoltre noi tendiamo a solidificare le nostre impressioni (aspetto questo decisivo), al fine di esprimerle attraverso il linguaggio. Questo ci fa confondere il sentimento che è in perpetuo divenire dentro noi stessi, col suo oggetto esterno permanente e soprattutto con la parola che esprime questo oggetto. La parola è brutale, talvolta crudele. Essa immagazzina tutto quello che è stabile, comune e impersonale. Essa

“annulla o per lo meno ricopre le impressioni delicate e fuggitive della nostra coscienza individuale”

L’invito è quello di spezzare gli schemi del linguaggio. Quest’annullamento della coscienza è secondo Bergson incredibilmente evidente nei fenomeni del sentimento. Amori violenti, malinconie profondissime, passioni incontrollabili invadono il nostro animo. Abbiamo a che fare con una miriade di elementi diversi che si fondono e si compenetrano senza limiti, senza contorni precisi e soprattutto senza la tendenza ad esteriorizzarsi gli uni in rapporto agli altri. Essi sussistono dentro di noi, incorporati nella nostra più recondita interiorità. I momenti entro cui prendono forma i moti della coscienza sono intessuti propriamente solo nella durata reale, ed è qui che essi si compenetrano. Se dovessimo separarli gli uni dagli altri, svolgendo il tempo nello spazio, circoscriverli, ridurli, delimitarli, contenerli avremmo fatto perdere, come dice Bergson, a questo sentimento “la sua animazione ed  il suo colore”.

“crediamo di aver analizzato il nostro sentimento e in realtà gli abbiamo sostituito una giustapposizione di stati inerti, intraducibili in parole, ognuno dei quali costituisce l’elemento comune delle impressioni provate dalla società intera in un caso determinato”

La portata di questa riflessione la possiamo attestare nel proseguo dell’opera. Emerge una veduta portentosa sulla formazione delle idee all’interno della nostra coscienza e sulle conseguenze dell’alterazione del suo stato.

“Le opinioni a cui teniamo di più sono quelle di cui ci sarebbe più difficile rendere conto, e raramente le ragioni con cui le giustifichiamo corrispondono a quelle che ci hanno spinto ad adottarle. Le abbiamo adottate senza ragione, poiché ciò che ai nostri occhi costituisce il loro valore risiede nel fatto che la loro sfumatura corrisponde alla colorazione comune a tutte le nostre idee, nel fatto che fin dall’inizio, vi abbiamo visto qualcosa di noi”

È evidente che non tutte le nostre idee, secondo Bergson, si incorporano allo stesso modo nell’insieme dei nostri stati di coscienza. Per spiegarlo utilizza una straordinaria metafora. Molte di queste idee galleggiano nella superficie, come le foglie morte sull’acqua di uno stagno. Ci sono idee che perdurano in questo stato, altre sono già formate e permangono in noi senza però mai assimilarsi alla nostra sostanza. Infine ne esistono alcune che non abbiamo conservato. Più ci allontaniamo dagli strati profondi dell’io, più i nostri stati di coscienza si dispiegano in uno spazio omogeneo. Più ci avviciniamo al tempo della scienza, più la parola assume il controllo, distanziandoci inesorabilmente dal tempo della vita. Scrive Bergson in un altro notevole passaggio:

“Non bisogna stupirsi se solo le idee che sentiamo meno nostre sono adeguatamente esprimibili in parole”

La realizzazione delle condizioni della vita sociale determinano un’accentuazione degli stati di coscienza dall’interno verso l’esterno. Questi stati si trasformano in oggetti, in cose. Non si staccano solo gli uni dagli altri ma si staccano anche da noi stessi. In questo modo li percepiamo attraverso quel mezzo omogeneo che ne ha fissato l’immagine e attraverso la parola. Un secondo io ricopre il primo io autentico. Qui alla fusione si sostituisce la distinzione. È il regno della parola; del linguaggio.

La coscienza non può essere compresa attraverso i concetti. È l’intuizione che ci permette di cogliere direttamente le cose al contrario dell’analisi concettuale che rimane esterna ad esse. Per cui il tempo della coscienza può essere compreso solo dall’intuizione.

Sulla libertà: una libertà che si manifesta solo nella durata reale

Le affascinanti considerazioni presenti nel secondo capitolo del Saggio sui dati immediati della coscienza, permettono al filosofo di affrontare un’altra grande tematica nel terzo e ultimo capitolo: il tema della libertà. Lo studio e l’analisi di questo concetto meriterebbe altrettanto spazio, per la squisitezza argomentativa portata avanti e per la straordinaria relazione che intercorre tra essa e la nuova idea di tempo-durata postulata.

Anche qui è opportuno scardinare un luogo comune. Il superamento della nozione di tempo spazializzato a favore di quella di durata reale è propedeutico per poter affrontare in maniera adeguata il tema della libertà. Ebbene la libertà non è da intendersi come possesso di possibilità. Questo comporterebbe confondere tempo e spazio, poiché stare su un livello di possibilità significa ragionare su ciò che è trascorso, su ciò che è statico, immobile, non su ciò che avviene.

Insomma si ragiona su cose e non su progressi. Si resta ancorati al tempo spazializzato e non alla durata reale. La libertà ha sede nell’io profondo, all’interno degli stati profondi di coscienza. Lo slancio libero avviene nella durata reale. Senza la perfetta comprensione ed immersione in questa concezione non si può né comprendere cosa sia la libertà, né agire liberamente. In sintesi l’atto libero è quell’atto dove trova espressione la nostra intera personalità. Questo avviene quando ad agire è il nostro io più profondo. Un luogo, come abbiamo visto, dove la parola si scinde e il linguaggio non ha presa.

Concludo riportando l’ultimo brano del terzo capitolo che sintetizza in maniera esemplare tutta la portata di questo pensiero. L’invito ad immergersi in quest’opera, scritta in una lingua magistralmente chiara, considerando la tematica affrontata, mi sembra un atto più che dovuto. A tal proposito consiglio l’edizione Henri Bergson – Saggio sui dati immediati della coscienza, Raffaello Cortina Editore.

“ogni domanda di chiarimento per quanto concerne la libertà, ci porta senza che ce ne accorgiamo alla seguente domanda: il tempo può essere rappresentato adeguatamente mediante lo spazio? Al che rispondiamo di sì, nel caso in cui si tratti del tempo trascorso, e di no se parlate del tempo che scorre. Ora l’atto libero si produce nel tempo che scorre, e non in quello trascorso. La libertà è quindi un fatto, ed è il più chiaro dei fatti che constatiamo. Tutte le difficoltà del problema, e lo stesso problema, nascono dalla pretesa di dare alla durata gli stessi attributi dell’estensione, di interpretare una successione mediante una simultaneità e di tradurre l’idea di libertà  in un linguaggio in cui essa è evidentemente intraducibile”