La grandezza degli antichi greci può essere osservata da diverse angolature e colta da una miriade di aspetti. Vorrei proporre qui una traccia, tanto breve quanto efficace, sulla quale poter comprovare questa infinita genialità. La specifica impronta che voglio dare si basa sul fatto che i greci, tra le altre cose, hanno fondato il pensiero, colto la vera essenza del tragico e postulato la necessità della morte. Tre aspetti, tra tantissimi altri, che ne hanno esaltato la loro incommensurabile grandezza.

Nietzsche, in un notevole passaggio, mette in evidenza la grandezza dei greci soprattutto per quello che concerne un aspetto essenziale, ovvero il fatto che gli antichi greci sono stati gli unici a guardare in faccia il dolore e sono stati capaci di conoscere e sentire tutte le atrocità dell’esistenza umana senza lenirle con speranze ultraterrene. Per fare questo dovettero studiare a fondo la Natura, attribuendole il carattere della necessità, ritenendola governata dalla ciclicità e ponendola come elemento sempiterno, sfondo immutabile dell’esistenza.  

“L’antico mito racconta di come il re Mida abbia dato la caccia per molto tempo al saggio Sileno, il seguace di Dioniso, senza prenderlo. Quando infine gli cadde tra le mani, il re chiese quale fosse la cosa in assoluto migliore e maggiormente desiderabile per gli uomini. Rigido e immobile il demone tace; finché, costretto dal sovrano, con un riso stridulo erompe in queste parole: Miserabile stirpe d’un giorno, figli del caso e della pena, perché mi costringi a dirti ciò che per te sarebbe vantaggiosissimo non sentire? La cosa in assoluto migliore per te è del tutto irraggiungibile: non essere nato, non essere, essere niente. Ma la seconda cosa migliore per te è morire presto”[1]

L’essenza del tragico per gli antichi greci è tutta qui. Su questo punto anche Umberto Galimberti ha dato vita a una interessante riflessione. Il tragico, così come lo intendevano i greci non è un qualcosa legato alla semplice sofferenza che si doveva concludere con la morte di ogni singolo individuo, ma fa riferimento piuttosto alla necessità di questa morte, senza la quale non poteva generarsi una nuova vita. La morte è necessaria per generare vita. Ci torneremo tra un attimo.

Uno dei massimi filosofi presocratici, Anassimandro, secondo cui  l’arché, ossia principio primo della natura, consiste nell’ápeiron e cioè in un elemento che letteralmente significa “privo di limiti”, in un famosissimo frammento parla proprio dell’aspetto della necessità.

“Ciò da cui proviene la generazione delle cose che sono è ciò verso cui si sviluppa anche la rovina, secondo necessità: le cose che sono infatti, pagano l’una all’altra la pena e l’espiazione dell’ingiustizia, secondo l’ordine del tempo”[2]

Anassimandro ci sta dicendo che tutto ciò che nasce e perisce (compreso l’uomo), segue una legge e questa legge consiste nel fatto che i contrari a turno prevalgano sui loro opposti e sempre a turno si estinguano in essi. Possiamo dunque notare in tutta la sua potenza il carattere tragico legato a una colpa, alla relativa pena e alla sua espiazione. La colpa delle cose che “vengono all’essere”, assumendo una precisa identità determinata, staccandosi dall’ápeiron, impedisce che esistano altre cose dotate di un’identità contraria. Il giorno, nel momento in cui sorge è colpevole rispetto alla notte, perché il suo sorgere segna il venir meno della notte. Il giorno dunque sconterà questa sua colpa, ossia pagherà la sua pena ed espierà la colpa perché anch’esso verrà meno al sopraggiungere della notte. E così incessantemente. Il filologo Hermann Ferdinand Fränkel coglie brillantemente quest’aspetto. Egli scrive:

“Ogni ente è il beneficiario dell’annientamento di un altro ente, e ognuno collaborerà, per la sua parte, con la propria morte, a riempiere quel mare infinito (cioè l’ápeiron) del quale tutto l’essere si alimenta. L’esistenza il cui possesso è un privilegio illegittimo, viene poi di nuovo tolta all’avido detentore; con ciò essa diviene disponibile per essere concessa ad altri, e il nuovo possessore si addosserà la medesima colpa”[3]

Questo strepitoso passaggio di Anassimandro, colto ottimamente da Fränkel, ci permette di introdurre la tematica della morte negli antichi greci. Ebbene, la morte secondo i greci non era un accidenti della vita. La morte non è sopravvenuta in seguito al peccato, portatore della colpa, da cui si è generata la successiva caduta dell’uomo, ma ha sempre fatto parte della vita, è componente essenziale della vita, legata a doppio filo con essa. Anche la morte è necessaria; fa parte della vita terrena. Nella visione ciclica dei greci non poteva che configurarsi anche la circolarità della vita con la morte. La natura appare crudele nell’esigere le vite ma è al tempo stesso dispensatrice di vita.

C’è un conflitto senza appello tra la natura che vuol porre fine alla vita che si è prolungata troppo a lungo e che diventa inutile, e la necessità di una nuova vita che nascendo può alimentare la specie, in una logica che vede ogni singola vita ambire a durare il più a lungo possibile. Ogni vita nella sua singolarità deve però inevitabilmente morire affinché sia garantita la Vita nella sua interezza. Essa però non vuole consegnarsi alla morte perché nella stessa misura in cui è vita, in quanto tale, vuole estendersi e perdurare quanto più possibile; per cui rifiuta la morte che sarebbe la sua fine. Questo è il livello filosofico che questo popolo dal genio assoluto aveva raggiunto e che è riuscito in parte a tramandarci.

Gli antichi greci, che hanno colto con una finitezza intellettuale davvero senza precedenti e senza eguali le tante sfaccettature dell’esistenza, possono essere di buon grado considerati il popolo più evoluto e colto che sia mai apparso sulla faccia della terra. Tale squisitezza di pensiero è racchiusa anche nel fatto che i greci non si sognavano minimante di contrapporre la vita con la morte, cosa che oggi viene puntualmente fatta. Sarebbe stata un operazione decisamente inutile. I greci furono i più grandi maestri del pensiero di tutti i tempi perché la loro acutezza e la soro profondità cognitiva e introspettiva, gli fece notare ben presto che se c’era una contrapposizione da fare, questa era tra la vita e la vita.

Contrapposero infatti la vita della natura, che per vivere esige la morte della singole esistenze con le singole esistenze, che per vivere devono evitare la morte. Non è una contrapposizione al di fuori della Natura ma resta all’interno della natura stessa. La morte è condizione di vita. L’intelligenza del greco, attraverso il grande insegnamento filosofico, coglie la necessità della sua morte. Sa che deve morire, perché appartiene al ciclo della natura e perché la sua morte è condizione necessaria per generare altra vita.

Egli tuttavia coglie dentro di sé anche una spinta votata alla resistenza alla morte. È vita e in quanto tale vuole solo vivere. Qui si sviluppa l’ennesima vetta di questa riflessione. Resistere è ben altra cosa che rassegnarsi. Non c’è passività. Non vige una condizione triste e remissiva della propria vita e al contempo non c’è neppure la spavalderia di voler oltrepassare i limiti della natura, estendendo questa singola esistenza al di là della comprensione razionale.

La tentazione di elevarsi a ente capace di travalicare la morte e di postulare una vita eterna viene scartata dai greci che non ipotizzano nessun mondo ultraterreno. La dimensione tragica non si attenua in questo modo. La strada è un’altra. La via è quella del sapere. E il sapere presuppone che la morte sia ineluttabile. Una concezione simile necessita che l’individuo si rafforzi dinnanzi a questo evento, si faccia carico di questo immane fardello, lo affronti con tutte le sue energie e si prepari ad esso durante la sua vita. Nessuna illusione dunque, ma neanche nessuna rassegnazione. Solo conoscenza. Desiderio di sapere e di conoscere.

Nell’antica Grecia ci sono state le condizioni affinché si potesse svilupparsi una forma di pensiero che avrebbe segnato per sempre la storia dell’umanità. Solo lì c’erano i presupposti ideali affinché questo potesse accadere. Ritornare a questo popolo che ha dato vita al pensiero razionale, oggi è più che mai essenziale. L’anima umana, lo spirito umano è stata una scoperta greca. La filosofia non sarebbe mai esistita così come noi la conosciamo oggi senza gli antichi greci. Nessun altro popolo avrebbe mai potuto svilupparla in questo modo, ponendo queste basi e indirizzandola verso il suo più nobile percorso.

Filosofia è “filosofia di”, ecco il suo paradosso. Essa è costretta ad essere se stessa solo aprendosi ad altro

I greci enunciano magistralmente uno dei paradossi della filosofia. Quello di essere se stessa solo spalancandosi ad altro. La scienza per esempio non è affatto costretta ad aprirsi alla religione né la religione, di contro, è tenuta ad aprirsi nei confronti della scienza. Non è obbligata la politica nei confronti di nessuno, né tantomeno la logica, o il linguaggio, o ancora il diritto, per citare solo alcuni esempi.

Così non è per la filosofia. Essa deve aprirsi, perché è nella sua natura farlo. Se non lo facesse non sarebbe Filosofia. I greci sapevano tutto questo, ecco perché insieme alla Filosofia hanno fondato il Pensiero. Filosofare è pensare. Pensare è filosofare. E oggi più che mai è opportuno pensare. Riflettere con la propria testa, valutare le diverse alternative, problematizzare, aprirsi agli altri, confrontarsi, meditare, analizzare il mondo, ponderare, soppesare, esprimersi all’interno di un conflitto, rivelarsi. In una parola pensare. E il giorno cui l’essere umano deciderà di abdicare al pensiero (ammesso che non l’abbia già fatto), a quel punto, in quel preciso momento, avrà abdicato a tutto.


[1] Il frammento è tratto da: F. Nietzsche, La nascita della tragedia, Feltrinelli Editore, Milano 2015

[2] Frammento  DK 12 B 1 (secondo la raccolta moderna Diels-Kranz delle fonti relative ai presocratici)

[3] H. F. Fränkel, Poesia e filosofia della Grecia arcaica, Il Mulino Editore, Bologna, 1997