Étienne De la Boétie (1530 – 1563), filosofo, giurista di formazione, poeta e umanista, vicino al pensiero stoico, amico immortale di Montaigne (tra le cui braccia spirò il 14 agosto del 1563, dopo essersi gravemente ammalato), è un autore originalissimo, noto soprattutto per un testo: Discorso della servitù volontariaPierre Clastres lo definì “il Rimbaud del pensiero”, e se pensiamo che il Discorso della servitù volontaria fu scritto da De la Boétie appena sedicenne, possiamo perfettamente renderci conto di come sia stata precoce in questo filosofo da un lato la maturità e dall’altro il genio.

Un pensiero così forte sarebbe stato in grado di lì a poco di sconvolgere la tradizione rendendo De la Boétie una sorta di mosca bianca, una figura decisamente stravagante per la sua epoca. La sua teoria ebbe una rilevanza psicologica e politica soprattutto in relazione al contrasto e al rapporto che intercorre tra il popolo e il tiranno. Il suo scritto consentì a Montaigne e Charron per esempio di avviare la riflessione riguardante le dinamiche psicologiche che portano l’individuo a scegliere tra due diverse prospettive: libertà e servitù, ragione e passione, rivoluzione e obbedienza.

Immaginiamo il contraccolpo che creò l’affermazione di un ragazzo che sosteneva che gli uomini, in realtà, amavano teneramente le proprie catene e si avvinghiavano sinceramente ad esse. In pratica secondo De la Boétie esiste una forma di servitù volontaria. L’uomo nella misura in cui desidera la libertà, allo stesso modo può anche anelare la servitù.

Oggi le parole di questo ragazzo, come afferma giustamente Miguel Benasayang nella postfazione all’edizione curata da Feltrinelli, “fanno ritorno come una profezia terribile”. C’è da valutare seriamente la questione secondo cui un numero sempre crescente di uomini e di donne, più che la servitù, di questi tempi, detestino proprio la libertà; e non mi riferisco alla libertà in senso metafisico, ma alla libertà in senso politico e morale.

Il Discorso della servitù volontaria è un testo che non seduce certo con tenerezza. L’essere umano è un complice seriale della presunta fonte di tutte le disgrazie sociali. Non deve ingannare l’esiguo numero di pagine dell’opera di De la Boétie. Le bordate in esso contenute, se da un lato accusano e non lasciano spazio a giustificazioni, dall’altro aprono la mente ad una folgorazione. L’asservimento di una massa non si può ottenere solo col dispiegamento della forza e l’uso della violenza. Il potere nella mani di coloro preposti a governare trae origine da un dono, da una gentile concessione dei sudditi.

Discorso della servitù volontaria

“Vorrei soltanto capire come sia possibile che tanti uomini, tanti paesi, tante città, tante nazioni, a volte sopportino un solo tiranno, che non ha altra potenza se non quella che essi gli concedono; che non ha potere di nuocere, se non in quanto essi hanno la volontà di sopportarlo; che non saprebbe far alcun male, se essi non preferissero subirlo anziché contrastarlo”

Quali sono dunque le ragioni di questa servitù? Per il filosofo francese sono due. La prima ragione della servitù volontaria è l’abitudine. Un termine che qui appare in tutta la sua negatività. La sottomissione volontaria si spiega con l’usanza, con l’abitudine. Gli individui affermano di essere sempre stati sottomessi a qualcosa o a qualcuno. Così era per i loro padri e per i padri dei loro padri e così via, in una sequenza infinita a ritroso. In questo modo sono loro stessi a porre fondamenta solidissime per il potere di chi li tiranneggia. Ecco cosa scrive De la Boétie riguardo al potere.

“Decidetevi a non servire più ed eccovi liberi. Non voglio che lo abbattiate o lo facciate a pezzi: soltanto, non sostenetelo più, e allora, come un grande colosso cui sia stata tolta la base, lo vedrete precipitare sotto il suo peso e andare in frantumi”

Ma c’è sempre qualcuno scrive De la Boétie “nato meglio di altri, che sente il peso del giogo e non può fare a meno di scuoterlo; che non si lascia mai addomesticare dalla sottomissione”. Costoro, spiriti elevati, dalla mente lucida e chiaroveggente, si risvegliano in tempi e con modalità diverse. Ma una volta destati è certo che non ricadranno più nel torpore che li ha avvolti. Questi esseri, sulle cui spalle grava il destino umano, continua De la Boétie, “quand’anche la libertà fosse per intero perduta e scacciata dal mondo, riuscirebbero a immaginarla e a sentirla nella loro mente, ad assaporarla ancora”.

Se la prima ragione per la quale gli uomini diventano servi volentieri è l’abitudine, in quanto nati come servi, crescono e vivono come tali, la seconda ragione, che scaturisce dalla prima, è rappresentata dal fatto che “sotto i tiranni la gente diventa facilmente vile ed effeminata”. Insomma con la perdita della libertà, si perde anche altro: sicuramente il coraggio. I popoli assoggettati sono come intorpiditi, spenti, totalmente apatici.

Concludo con questa grandiosa riflessione del giovane Étienne. Parole che se furono appropriate a metà Cinquecento, mi chiedo come potremo definirle oggi. Alla luce del puerile assoggettamento degli esseri umani, dell’apatia, l’indifferenza e l’inerzia in cui sono caduti molti individui, massacrati dagli inganni che il potere presenta senza sosta, rinvigoriti dalle loro vili promesse, perfettamente inseriti all’interno della contorsione illogica che sta subendo la realtà, considerando anche il sopruso perpetuo al quale sono esposte le nostre coscienze, queste parole, intrise di saggezza, rappresentano davvero una grande verità.

Quando Deleuze scrisse che il tiranno ha bisogno di uomini tristi per mantenere il potere e che uomini tristi hanno bisogno di un tiranno per giustificare la propria tristezza, affermò un’altra grandissima verità. Oggi si è completamente inseriti all’interno di circuiti automatici che se analizzati in chiave politica e sociale sono veri e propri circuiti di obbedienza. Uscire da questi circuiti non è un compito al quale tutti possono adempiere.

Guardiamoci attorno: ci sono tante, troppe persone tristi. Desiderose quasi di volersi far sottomettere. Tutto questo c’è; è la fuori. Occorre solo saper osservare bene. Affinare lo sguardo. Dalla pura osservazione può nascere una nuova consapevolezza. Étienne De la Boétie col suo Discorso della servitù volontaria, oggi è attuale più che mai. Questo suo testo è tra quelli che la filosofia deve necessariamente riproporre. Deve farlo per aiutare l’uomo a trovare finalmente la sua strada e per invitarlo a liberarsi una volta per tutte della sua condizione di servo.

“È incredibile come il popolo, dal momento in cui viene assoggettato, cada all’improvviso in un oblio della libertà talmente profondo che non gli è possibile destarsi per riottenerla; prende a servire così sinceramente e volentieri che, a vederlo, si direbbe che non abbia perso la sua libertà ma guadagnato la sua servitù”