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G. Pico della Mirandola – De Hominis Dignitate. Il manifesto dell’Umanesimo

Il De hominis dignitate di Giovanni Pico della Mirandola (1463 – 1494), scorrendo i testi rinascimentali, è senza dubbio il più importante. Può essere definito il manifesto dell’Umanesimo ma anche un testo centrale nella concezione generale dell’uomo e del suo rapporto con Dio. Un testo basilare che mette in luce il problema della libertà, della volontà, della determinatezza e il modo in cui affermarla. In definitiva è il testo che darà avvio alla “filosofia dell’uomo”.

Il volume qui presentato è editto da Edizioni della Normale, a Cura di Eugenio Garin (1909 – 2004), filosofo e storico della filosofia, uno di più autorevoli storici dell’Umanesimo e del Rinascimento, autore di opere importanti come Pico della Mirandola, Dottrina e vita, Ermetismo del Rinascimento, Umanesimo italiano, Rinascimento italiano.

GIOVANNI PICO DELLA MIRANDOLA

Giovanni Pico della Mirandola, esponente più conosciuto della dinastia dei Pico, Signori di Mirandola, ebbe una vita breve ma intensa. Dimostrò di essere un genio fin dalla più tenera età, eccellendo in diversi campi del sapere, tra cui soprattutto la matematica. Sapeva parlare perfettamente sei lingue: latino, greco, ebraico, aramaico, arabo e francese e possedeva una memoria prodigiosa. Molte opere, come la Divina Commedia le conosceva a memoria e le sapeva recitare partendo addirittura dall’ultimo verso andando a ritroso fino all’inizio. Una tappa fondamentale per la sua formazione fu senza dubbio l’ingresso nel 1484 nell’Accademia Platonica, fondata a Firenze nel 1462 da Marsilio Ficino.

La sua morte è avvolta nel mistero. Morì improvvisamente il 17 novembre del 1494, a soli 31 anni, per avvelenamento da arsenico. Il sito Unipinews conferma dopo oltre cinquecento anni che fu effettivamente quella la causa del decesso, evidenziando a tal proposito una ricerca, pubblicata sul Journal of Forensic and Legal Medicine, condotta da un team di ricercatori delle università di Pisa, Bologna, del Salento, di Valencia (Spagna), di York (Gran Bretagna), dal Max Planck Institute (Germania), nonché dagli esperti del RIS di Parma, che in seguito all’analisi e allo studio dei suoi resti conservati in un chiostro vicino alla basilica fiorentina di San Marco, hanno rivelato che il decesso fu provocato non da sifilide (come si pensava), ma effettivamente da un avvelenamento da arsenico.

I motivi che portarono alla morte Pico della Mirandola sono difficili da confermare ma facili da intuire. Sappiamo che nel 1486 fu a Roma dove preparò 900 tesi in vista di un congresso filosofico universale (per la cui apertura compose il De hominis dignitate), che tuttavia non ebbe mai luogo. Subì alcune accuse di eresia e diverse minacce in seguito alle quali fuggì in Francia dove venne anche arrestato ma subito scarcerato. A quel punto si ristabilì definitivamente a Firenze dove però le sue posizioni furono sempre viste con una certa diffidenze. Nel De hominis dignitate è racchiuso il cuore del suo pensiero. Un pensiero incredibilmente originale che rivaluta profondamente la natura umana, la cui portata ha segnato per sempre la storia del pensiero occidentale.

DE HOMINIS DIGNITATE

Centrale nel De hominis dignitate è che l’idea di concordia universale idealizzata dal filosofo toscano, evidenziasse in maniera chiara i concetti di libertà e di dignità umana. Secondo Pico, l’uomo è l’unica creatura che non ha una natura predeterminata. Questo elemento è messo straordinariamente in evidenza da Eugenio Garin, che rimarca l’aspetto secondo cui l’uomo non avendo una natura (una specie, una forma), è in definitiva un atto che si sceglie, cioè assoluta libertà. L’uomo si distingue sul piano ontologico dal fatto che in lui c’è un netto primato dell’esistenza sull’essenza. Abbiamo perciò un’essenza che è una posteriore derivazione dovuta all’immagine dell’artificio umano.

Su queste basi Pico sviluppa quello che per Garin sarà “lo scritto in cui la vasta letteratura sull’uomo aveva trovato l’espressione più alta e forse il monumento più alto del pensiero quattrocentesco: inno fremente alla grandezza cosmica dell’uomo”. Nel creato dunque l’uomo è il centro, la formula riassuntiva, il vincolo e il sommario, il culmine e la conclusione. L’opera di Pico è prima ancora che un’opera di pensiero, un messaggio nuovo di fede nell’uomo e nella sua opera. Da questa rinnovata sorgente religiosa nascerà una filosofia con basi eterne dalle quali scaturirà il pensiero di Giordano Bruno e di Gian Battista Vico.

Pico, con un linguaggio e uno stile eccelso, svincolandosi da certe forme di rigidità presenti nei testi sacri, parla del Sommo artefice. Egli una volta portato a termine il suo “lavoro”, aveva bisogno di qualcuno che fosse in grado di cogliere la grandezza e la potenza di un’opera la cui magnificenza non aveva eguali. Dio pensò dunque all’uomo e Pico intesse questo passaggio descrittivo unendo abilmente la tradizione biblica ebraica del grande patriarca Mosè con quella del Timeo platonico, senza sminuire nè l’uno nell’altro.

Senonchè, recato il lavoro a compimento, l’artefice desiderava che ci fosse qualcuno capace di afferrare un’opera sì grande, di amarne la bellezza, di ammirarne la vastità, come attestano Mosè e Timeo, pensò da ultimo a produrre l’uomo. Ma degli archetipi non ne restava alcuno su cui foggiare la nuova creatura

Tutti erano ormai pieni, tutti erano ormai distribuiti nei sommi, nei medi, negli infimi gradi. Stabilì finalmente l’ottimo artefice che a colui cui nulla poteva dare di proprio, fosse comune tutto ciò che aveva singolarmente assegnato agli altri. Perciò accolse l’uomo come opera di natura indefinita e lo pose nel cuore del mondo

Il passaggio è di notevole impatto. Secondo la rinnovata visione umanistica di Pico della Mirandola l’uomo non viene collocato in alcun archetipo appositamente creato. Nessuno spazio o involucro potevano contenerlo. Se questo può sembrare un limite o una poca accortezza divina nel determinare il posto riservato alle sue creature, ecco che invece tale elemento si rivelerà una immensa opportunità. La provvidenza ha in serbo per l’uomo una grande occasione, una possibilità che nessuna creatura ha: quella di determinare la sua natura. Qua si assiste ad una vetta filosofica notevole. È così che Pico descrive le parole di Dio rivolte al primo uomo. Vale la pena di riportare tutto il brano per il grande contenuto filosofico che ne racchiude e la grandezza stilistica con cui questo contenuto viene esternato, non temendo il confrondo neanche con i più bei passi della Genesi.

Non ti ho dato, o Adamo, né un posto determinato, né un aspetto proprio, né alcuna prerogativa tua, perché quel posto, quell’aspetto, quelle prerogative che tu desidererai, tutto secondo il tuo voto e il tuo consiglio ottenga e conservi. La natura limitata degli altri è contenuta entro leggi da me prescritte. Tu te la determinerai da nessuna barriera costretto, secondo il tuo arbitrio. Ti posi nel centro del mondo perché di là meglio tu scorgessi tutto ciò che è nel mondo. Non ti ho fatto né celeste né terreno, né mortale né immortale. […] Tu potrai degenerare nelle cose inferiori che sono i bruti; tu potrai, secondo il tuo volere, rigenerarti nelle cose superiori che sono divine

In questo messaggio divino è racchiuso ciò che l’uomo è e ciò che l’uomo può fare. Egli può autodeterminarsi secondo la sua volontà. A lui solo è concesso di ottenere ciò che desidera. Egli solo può davvero essere ciò che vuole. L’uomo è un essere che ha la capacità di autodeterminarsi. Può scegliere. È capace di decidere lui il suo compito, il suo ruolo, cosa deve fare. Dio ha garantito all’uomo non una natura determinata ma un’indeterminatezza che è la sua natura. Essa si regola in base alla sua volontà, cioè al suo arbitrio. È l’uomo a forgiare il proprio destino, secondo la propria volontà, e la sua libertà da questo punto di vista è massima. Egli non è né animale né angelo, ma può essere l’uno o l’altro secondo ciò che desidera e ciò che vuole.

Pico nel De hominis dignitate prosegue alternando elementi e personaggi tratti dai testi sacri, come Giobbe, a elementi di chiaro stampo platonico, come la massima socratica del “conosci te stesso” ed elementi del Fedro o dell’Alcibiade, con ancora citazioni che riprendono per esempio Empedocle ed Eraclito. L’obiettivo però non è quello di far emergere le divergenze ma piuttosto quello di esaltare i punti di contatto tra queste due distinte visioni del mondo. Infine il filosofo rimarca il concetto di “dignità umana” quella qualità suprema che solo l’uomo, come abbiamo detto, ha ricevuto da Dio; egli può e deve coltivarla questa facoltà e farla crescere in ogni modo. Un uomo capace di muoversi sulla scala degli esseri, capace di osservare con meraviglia e stupore il mondo, un uomo che non ha un posto determinato ma che sarà lui a determinare la sua natura grazie alla sua libertà, guidato dalla sua volontà.

L’opera di Pico della Mirandola dunque ha tutti i tratti di un manifesto. Il manifesto dell’Umanesimo. Questa rinnovata concezione dell’uomo e questa posizione invidiabile sulla scala degli esseri sarà ripresa in seguito e sviluppata da altre correnti di pensiero. Resta il fascino di un’intuizione magnifica che si erge sulla libertà e sul gravoso ma benefico peso che l’uomo ha di stabilire da sè quale direzione impartire alla propria esistenza. Fare esperienza di vita: intellettuale, filosofica, spirituale.

Un grande elogio l’autore lo riservera alla filosofia; una disciplina che va intrapresa per amore del sapere, capace di condurre l’uomo alla piena realizzazione di sé. Nelle parole di Pico appena proposte e in quelle successive è racchiuso un grande insegnamento, che a distanza di oltre cinquecento anni giunge a noi, a riprova di come il sapere contenuto nei testi classici sia eterno e difficilmente eguagliabile. Vorrei concludere proprio con una bellissima riflessione del filosofo toscano che supera la barriere del tempo, come tutta la sua intera opera, e ci esorta a ricercare costantemente la verità, centrati su noi stessi, con l’anima pura, sempre orientati all’amore per la ricerca filosofica che è l’unica via che ci può condurre alla vera pienezza interiore.

Non ho mai filosofato se non per amore della filosofia, che dagli studi e dalle mie riflessioni non ho mai sperato o cercato mercede alcuna, alcun frutto, se non la formazione dell’anima mia, la conoscenza di quella verità da me sommamente bramata. Della quale io fui sempre amante così appassionato che, lasciata ogni preoccupazione privata o pubblica, tutto mi sono dato alla pace della ricerca

“È stata la filosofia che mi ha insegnato a dipendere dalla mia coscienza piuttosto che dagli altrui giudizi